Ai confini della realtà #2

Dal primo sms di venticinque anni fa – ora in disuso se non per qualche avviso burocratico – con la scritta “Buon Natale” si è scatenato l’inferno. Non si sa chi abbia lanciato la moda di scrivere un aforisma al giorno per levarsi il medico di torno, le citazioni dei filosofi sono ormai come il total black, stanno bene su tutto. Le cose si complicano quando al testo aggiungi le icone. Parola per azione, se poi seguiranno fatti non c’è certezza.

Lo slang invece invecchia come gli pare, figurarsi se ci inoltriamo in terre aliene, come mi ricorda Alieno de Bootes, dire la stessa cosa può nascondere insidie pericolosissime.

In un improbabile volo da Perth in partenza per il pianeta dei Kanamits, popolato da giganti con una fronte piuttosto alta, occhio a quanto promesso…

Il viaggio continua..stay tuned..

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San Valentino

14 Febbraio | Terni 176 – Roma 14 Febbraio 273

Saint_Valentine_by_Bassano

Le prime sorprese arrivano dal Calendario dei Santi, di Valentino nessun cenno, al suo posto i fratelli Cirillo e Metodio di Salonicco. San Valentino invece esiste e lotta insieme a noi, protettore degli innamorati e degli epilettici, di fede cristiana, ortodossa e anglicana. Umbro di nascita, di famiglia patrizia, vescovo già a 21 anni, tentò di convertire l’imperatore Claudio con scarsi risultati, allontanato, sotto Aureliano, venne punito e flagellato per scoraggiare ogni tentativo futuro di conversione di nuovi adepti, continuò a professare la sua fede, sposando in punto di morte una cristiana Serapia, gravemente ammalata con il suo innamorato, un soldato romano, Sabino, unione ostacolata dalle rispettive famiglie, una sorta di Romeo & Giulietta, che non ha lieto fine, perché muoiono entrambi, unica consolazione l’unione postuma. Il Santo venne decapitato alla veneranda età di 97 anni.

La celebrazione della Festa di San Valentino come alternativa agli scatenati Lupercalia romani, il 14 e 15 Febbraio, si deve a Papa Gelasio nel 496 d.C. che bandì i riti propiziatori in onore del dio Luperco, epiteto di Fauno. Inizialmente era una festa di purificazione riservata al gregge e poi venne allargata alla città di Roma, con cerimonie che celebravano il sodalizio tra i Luperci Quintili e Fabiani. La prima fase rituale si svolgeva nel Lupercale, la grotta sacra vicino al Palatino nel punto in cui Faustolo all’ombra di un fico trovò i due gemelli Romolo e Remo che venivano allattati da una lupa. Si sacrificavano capri e un lupo e poi con la pelle degli animali uccisi si facevano delle strisce (februa) con le quali si percuotevano le donne che volevano ottenere la fecondità e vi lascio immaginare da soli le scudisciate con pelle di capra..

Aboliti i Lupercalia con non troppa convinzione siamo arrivati alla “festa” pilotata degli innamorati, con i biglietti d’auguri per San Valentino, la più antica “Valentina” scritta in prigione da Carlo d’Orleans nel 1415, dal 1600 usanza piuttosto comune, in Inghilterra quasi un dovere non solo per San Valentino ma per ogni occasione in cui si ritiene opportuno ringraziare qualcuno senza avere l’imbarazzo di un incontro diretto – i social un’autentica manna – in Italia una moda a fasi alterne, per cui o non ci si scrive niente, perché anche il niente è una certezza, o si copia una frase ad effetto su tumbrl, Facebook, instagram che ha lo stesso effetto del niente di cui sopra, con amore.

 

Ai confini della Realtà #1

Il tempo passa senza chiedere scusa.

Jirō Taniguchi

Il film di fantascienza degli anni ’60 ispirato alla macchina del tempo ha l’aria di un aggeggio malandato, si manovra manualmente con delle manopole impensabili oggi, in un presente ormai trapassato e un futuro già vissuto, con voci di guerra che sappiamo vere, eserciti in marcia, figure che si muovono velocissime nello spazio, teneramente obsoleto rispetto alla prodigiosa invenzione vittoriana di H. G. Wells. A rileggere la vita del padre della fantascienza, costretto a quattordici anni a lavorare in un negozio di tessuti per aiutare la famiglia, e solamente dopo un lungo tirocinio, messo nella condizione di poter studiare e insegnare, tra reperti di minerali, dissezioni di animali, pochi pennies, molti amanti, due matrimoni, la fuga in altri mondi per Reginald Bliss, suo pseudonimo preferito (La Benedizione è nel cognome), diventava NECESSARIA. Sparire altrove per essere INVISIBILE.

Cercai di pensare alle cose che un uomo considera desiderabili. Senza dubbio l’invisibilità dava la possibilità di ottenerle, ma rendeva anche impossibile goderne, una volta ottenute. L’ambizione, per esempio: quale piacere si trae dal trovarsi in un posto quando non si può far vedere che si è là? Che cosa conta l’amore di una donna, quando il suo nome deve essere per forza Dalila? Non mi piacciono la politica, i compromessi della fama, la filantropia o lo sport. Che cosa avrei fatto allora? Per questo, ero diventato un essere misterioso, imbacuccato, una caricatura fasciata e bendata d’uomo.

Tema che al cinema ha avuto corsi e ricorsi, alcuni esempi più fortunati, e derive a volte imbarazzanti, come nel caso del film di Verhoeven con Kevin Bacon, L’uomo senza Ombra (2000). In lavorazione un’altra versione in uscita nel 2019 con l’ex-pirata Johnny Depp.

In questo filone si inserisce per dovere di cronaca anche la parodia con Gianni e Pinotto contro l’uomo invisibile di Charles Lamant (1951), nell’originale Costello and Abbott (sic). “Effetti speciali di alto livello per l’epoca” a detta di Leonard Maltin..

In questa tensione tra parodia e fantascienza, i mostri che dovrebbero farci paura sono ridotti a una macchietta grazie a una tecnologia erosa dal tempo – non programmata coscientemente per essere inefficiente. Non che in casi recenti il costume del ragazzo invisibile nel film di Salvatores sia più credibile, tuta beige comprata in un bazar cinese che poi viene sostituita con una nera con la s cirillica (C), un supereroe che ha il potere dell’invisibilità, e grazie al super-potere di quella maschera combatte un mondo perverso di piccoli Iaghi, sullo sfondo intrighi improbabili di paramilitari russi che operano in laboratori segreti vicino al porto di Trieste.

Contrariamente a quanto asserisce il CICAP che vorrebbe razionalizzare cartesianamente quello che sfugge all’umanità là fuori, nella fiction il fantasma detective insieme ai fenomeni paranormali sono rimasti in posizione stabile per decenni, ormai sdoganati dalle serie americane, basti pensare a MEDIUM in quel di Phoenix, Arizona, estinta nel 2011. Allison DuBois, oberata da problemi economici, le rette scolastiche per le tre figlie, le assicurazioni e polizze troppo care sulla casa, il marito fisico che cerca di rassicurarla riportandola a una chiara esposizione di fatti che tanto ordinari non sono, i fantasmi in agguato dopo una giornata di intenso lavoro che sbucano fuori nei momenti meno opportuni, dopo un bagno caldo e proprio quando si sta addormentando e si abbandonano le difese. Sono fantasmi che non danno tregua, insistono, la inseguono ovunque fino a che un’altra “verità” più scomoda viene a galla e non si può continuare a fare finta di niente.

Forse tutto questo non sarebbe stato credibile se non avesse fatto da apripista una serie ormai diventata un classico in bianco e nero, Ai Confini della Realtà, ci si tuffava in un ignoto possibile con epiloghi dal risvolto enigmatico che lasciavano intravedere altre vie. Tra gli sceneggiatori insieme a Rod Sterling, Richard Matheson, Charles Beaumont, Ray Bradbury, intenti nel ricreare «..una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce; è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità; è la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere: è la regione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi “Ai confini della realtà”. »

C’è stato un tentativo di remake con Forest Whitaker, che non ha avuto il successo sperato, a distanza di anni, quel tipo di immaginario non funzionava più, non era più incredibile..

TO BE CONTINUED..STAY TUNED

 

L’Aneddoto del Vaso

Mentre carri in maschera stanno per invadere Venezia, qui si studia. Sto leggendo parecchi saggi, alcuni scoraggianti come può essere un mattone di quattrocento pagine con lunghe note in coda al libro. Tra tutti gli articoli scritti, le traduzioni rimangono in pole position –  saluto le professoresse che mi seguono con attenzione da anni, sempre le stesse, e sempre nello stesso ordine, Tempo Divoratore Spunta gli Artigli al Leone di Shakespeare, Scaffolding di Seamus Heaney, a seguire Jenny Joseph – e mi chiedo la poetessa che ama le sorprese si è degnata di mettere il mio nome nella traduzione anziché il suo dopo tutto questo tempo?, l’oceano di Whitman, Spinoza di Borges e Wordsworth.

Inizio quindi la settimana con un componimento di Wallace Stevens, ANECDOTE OF A JAR [1]. Criptico già dal titolo, L’Aneddoto del vaso, con un richiamo indiretto all’ode su un’urna greca del romantico Keats.

Che mi significa direbbe qualcuno?

Come sostiene Stevens la poesia NON va mai spiegata. La traduco.

ANEDDOTO del VASO

 

Ho messo un vaso in Tennessee,

Rotondo era, su una collina.

La natura incolta selvaggia fece

circondare quella collina.

 

La natura incolta salì fin lì,

Si estese tutt’intorno, non più selvaggia.

Il vaso era rotondo su quel terreno

E alto, e un oblò nell’aria.

 

Prese dominio ovunque.

Il vaso era grigio e vuoto.

Non provvedeva a uccelli e arbusti

Come qualsiasi altra cosa in Tennessee.

 

Nelle stranezze della vita c’è l’anima della poesia.

§

[1]

Qui il testo in inglese

ANECDOTE OF A JAR

I placed a jar in Tennessee,

And round it was, upon a hill.

It made the slovenly wilderness

Surround that hill.

 

The wilderness rose up to it,

And sprawled around, no longer wild.

The jar was round upon the ground

And tall and of a port in air.

 

It took dominion everywhere.

The jar was gray and bare.

It did not give of bird or bush,

Like nothing else in Tennessee.

 

 

 

 

 

Save the date – season 2018

Cose da fare e vedere a Venezia prossimamente su questi schermi #Venice,Again#2

venicebyvenice

Dear All,

Hope you had a lovely holiday season, let’s start the new year with some interesting news.

Some of you have already contacted me for tours in Venice next summer, but before that, here’s a list of things you may find interesting while coming to Venice NOW.

Carnival starts January 27th and ends February 13th 2018. For the official info on all the events organised in Venice, you can visit this link – there is also a booking app for hotels/accomodation.

Pontedeisospiri.©CarlaBonollo.jpgAs regards exhibitions and things to do this year, don’t forget to visit the masterpieces by the one and only Tintoretto, nickname for the Venetian artist Jacopo Robusti, born in Venice 500 years ago. A Tintoretto tour can be part of your next agenda.

The International Biennale will be held as usual in May, and will be dedicated to ARCHITECTURE. It will take place from May 26th to…

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VENEZIA, Again #1

Si riparte da Venezia, iniziando dal nome.

La forma dotta di Venezia riprende il classico Venetia. Altre varianti sono Veniesa, Vegnesia, Vinegia.

Il plurale Venezie viene usato fino al XVI-XVII secolo. Venetia e Veneto fanno riferimento agli abitanti: Veneti preromani.

In epoca bizantina anche Venetici (Benétikoi). Troppo semplice per una città così complessa?

Giulio Lorenzetti, autore di una delle guide storiche sulla città, VENEZIA E IL SUO ESTUARIO, citando una villotta, cerca di trovare una spiegazione più poetica, si dimentica il nome del poeta che viene confinato nell’anonimato, ma a lui si deve il tentativo di trovare un’altra etimologia: VENEZIA vorrebbe dire veni etiam – torna ancora.

Impegno che i visitatori hanno preso alla lettera, siamo a circa 25 milioni di turisti all’anno.

Come anno di fondazione della città, è bene stamparsi a imperitura memoria il 25 Marzo 421, prima pietra nella Chiesa di San Giacometo a Rialto (da non confondersi con l’altra Chiesa a San Giacomo dell’Orio, di cui parlerò più avanti), qui immortalata in un dipinto del Canaletto.

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Dal vivo così, e già si notano delle differenze, senza nemmeno aguzzare troppo la vista.

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Vicino al Mercato di Ri-alto, Rivo Alto, indicato al punto (8) qui sotto

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Sui primi insediamenti sono stati scritti fiumi di parole. La versione ufficiale sulle origini è la fuga nella laguna per sfuggire agli eserciti di Attila, Alboino e Carlo Magno. In realtà gli spostamenti sono stati progressivi, ci si è dovuti adattare a un ambiente non certo accogliente: paludi, acque alte e zanzare. L’allontanamento dalla linea di costa verso il mare è stato graduale, l’acqua consentiva anche lo scambio di merci tra il Mediterraneo e i fiumi della pianura.

Per capire quindi come tutto sia iniziato bisogna rifarsi agli studi che l’archeologia ha svolto sull’area, in particolare le zone intorno a Torcello. In passato non c’erano ponti, soltanto zattere, passerelle e imbarcazioni. Mancavano le infrastrutture, per questo i frequenti attraversamenti via acqua hanno consentito di migliorare e affinare i cantieri navali su cui poi la Serenissima ha primeggiato. La pratica è servita a utilizzare il territorio acqueo in modo più efficace e produttivo, le difficoltà sono diventate risorse.

Se si volesse immaginare una Venezia delle origini, bisogna allontanarsi totalmente dalla visione attuale, in passato interamente costruita con fango e legno. Gli edifici in pietra erano rari, prevalentemente riservati a costruzioni religiose. Il legno invece si adattava meglio alla struttura anfibia dei nuclei abitati, resisteva all’umidità dei luoghi.

Gli abitanti della Laguna erano per la maggior parte artigiani, addetti allo scarico e carico delle merci, commercianti, un numero esiguo di ricchi gestori e schiavi. Gli schiavi venivano utilizzati nell’XI secolo, come bottino di guerra proveniente dall’Europa carolingia, per poi essere rivenduti come “merce di scambio” nel Mediterraneo islamico. Alla fine dell’XI secolo la potenza navale veneziana subì un evidente cambiamento, spingendosi oltre l’Adriatico, nel Mediterraneo orientale, e dal commercio alle razzie e crociate il passo fu breve..ma del rapporto con un altrove lontano parleremo nel prossimo appuntamento…

Le pietre di Santo Stefano e altre storie..

Data astrale 26 Dicembre 2017 | Venezia |

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Se volete riconoscere subito Santo Stefano, il primo martire (33 o 34 A.D), c’è sempre un indizio rivelatore, porta sulla testa pietre e/o sassi, morte per lapidazione, ultime parole pronunciate “Gesù, ricevi il mio spirito”. Qui ritratto dal Parmigianino, prima che partisse per la tangente inseguendo lo Splendor Solis, “la nobile alchimia”, impegnato ad affrescare alcune nicchie per la Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma, in compagnia di San Lorenzo – tutti e due intenti a consultare testi sacri.

A Venezia in Campo Santo Stefano nella chiesa omonima le reliquie del Santo, molti pezzi rari tra cui segnalo l’orazione nell’orto del Tintoretto, Jacopo Robusti, di cui vi parlerò prossimamente su questi schermi.

Il campo è piuttosto esteso, una volta arrivati, dopo aver valicato a fatica il ponte di legno dell’Accademia, facendovi largo tra bastoni di telefonini per scattare foto sul Canal Grande, non potrete non notare la statua di Niccolò Tommaseo, letterato e autore del Dizionario della lingua italiana in otto comodi volumi. Tommaseo lambisce con il cappotto parecchi tomi, ed è per questo chiamato affettuosamente dai veneziani il “cagalibri”, vedendo la statua capirete perché.

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Per chi volesse fare quattro passi, e smaltire la quantità di calorie immagazzinate in questi giorni di festa, e siamo solo il 26 – è lunga fino all’Epifania – prima che cali il buio delle cinque, e qualcuno vi offra la terza fetta di panettone o pandoro, fate uno sforzo, afferrate un cappotto e uscite, non vi pentirete, forse..