May You Live in Interesting Times 58esima Biennale di Venezia

Quest’anno, la Biennale di Venezia curata da Ralph Rugoff, presenta delle novità rispetto alle scorse edizioni. Meno paesi partecipanti, 79 in tutto, molti eventi collaterali che sono delle occasioni per esplorare la città in zone fuori dai soliti circuiti turistici, e per la prima volta gli artisti selezionati presentano le loro opere sia ai Giardini che all’Arsenale. Spesso riconoscerete la stessa mano, ma in molti casi rimarrete stupiti per l’esito dei risultati.

Farne un riassunto è impresa pressoché ardua, anticipo già che c’è un livello di cupezza che fa sospettare che i tempi “interessanti” siano altro al di là del gioco di parole sul finto anatema cinese e sul rapporto con le fake news. Indubbiamente gioca un ruolo importante la tecnologia, la rete di connessioni che hanno stabilito altri tipi di interazioni, e hanno modificato per sempre il nostro modo di rapportarci online e offline, segnali di suoni che ci distraggono, a volte ci confondono, altre ci destabilizzano e lasciano un senso di vuoto incolmabile.

Che ruolo ha l’arte in un mondo che fa presagire spesso scenari apocalittici? Inquinamento ambientale, riscaldamento globale, periferie e centri storici abitati da rifiuti, mancanza di prospettive, abbandoni, violenza, identità che non vogliono essere imbrigliate in contesti di genere, luoghi non luoghi, sogni appesi a un esile filo di speranza che si coglie a tratti, tanto dolore, troppo.

Le immagini sono forti, ci sono menomazioni, gabbie che stanno per esplodere, strani marchingegni che tentano di raccogliere pozze rosse come sangue, cancelli che sbattono sgretolando muri, pupazzi appesi come marionette inermi, fermate di autobus con foto di ragazze scomparse mai più ritrovate, inquietanti case di bambole, maschere deformate, il relitto del naufragio sulla costa siciliana del 2018, Barca Nostra, stazionata sulla riva dell’Arsenale di fronte a una piazzola di ghiaia, una tomba a cielo aperto, voluta da Cristoph Büchel.

Menzione speciale l’hanno avuta il Belgio con l’installazione MONDO CANE, l’artista greca Haris Epaminonda con le sue sculture tempio che esplorano realtà parallele. Leone d’oro il video The White Album di Arthur Jafa, un riassunto di violenza e razzismo che documenta le tensioni all’interno della società americana. Ritorna Arthur Marclay che aveva vinto il leone d’oro con l’installazione Clock, un omaggio allo scorrere del tempo che passa insieme a noi, quest’edizione presenta un collage di video di guerra, 48 video di guerra montati a cornice e selezionati solo in base alla nitidezza dell’immagine, dalla guerra civile americana alla guerra in Iraq, in un circolo continuo che non ha né inizio né fine. Impressionante la video installazione del giapponese Ikeda sull’universo dei dati. Sofferente il mondo sonoro di Shilpa Gupta, un omaggio a 100 poeti che sono stati imprigionati per le loro idee, For, in your tongue, I cannot fit.

La Lituania si aggiudica il Leone D’Oro con l’installazione dal vivo Sun & Sea, una spiaggia ricreata a Castello, fuori dall’Arsenale, con tanto di performance live che si tiene tutti i sabati (chi volesse partecipare può far parte dei bagnanti, basta contattare padiglione per ricevere istruzioni su cosa portare e come vestirsi, volendo si può cantare fino a Ottobre).

Ci sono anche varie app per conoscere la visione di Venezia nella realtà aumentata di Scott Barren o seguire Bob (Acronimo per Bag of Beliefs-Borsa di Credenze) una creatura virtuale che potrebbe riservare parecchie sorprese o sperimentare le visioni di Dominique Gonzalez-Foerster.

Strepitosa la mega ragnatela di Tomás Saraceno, che ha ricreato un’enorme tela nuvola dentro una scatola nera, la sua aracnomanzia ci accoglie con cautela mentre il Padiglione Centrale fuma grazie all’intervento di Lara Favaretto, Thinking Head. All’interno del Padiglione Centrale nei Giardini, l‘Angelo del Foyer, ologramma di Cyprien Gaillard che richiama l’omonimo quadro di Max Ernst ci avverte da subito che saranno tempi “interessanti”, non forse come avremmo immaginato.

Siete pronti?

Annunci

Giornata mondiale del libro – 23 Aprile

Oggi il bardo compie 455 anni, è l’anniversario della morte del sommo Cervantes, il libro di oggi deve avere un certo peso. Quale scegliere?

Un libro che continuo a leggere nel corso degli anni e che ha sempre le risposte giuste al momento giusto.

Eccolo qui, con la prefazione di Carl Gustav Jung, mi ha seguito in tutti i miei traslochi, è per me un compagno fidatissimo. Da consultare sempre con grande soddisfazione anche quando la sentenza non è tra quelle che si vorrebbero sentire. Ci vogliono anni per capirlo, bisogna studiarlo per imparare a decifrarlo, non avere pregiudizi e affidarsi al principio di sincronicità. Jung inizialmente aveva perseguito l’idea di scrivere una presentazione più corposa ma era stato vivamente sconsigliato dall’oracolo, non era ancora arrivato il momento, non sarebbe stato capito. La scelta era comunque legata alla volontà di un approccio individuale, “l’antica saggezza dell’Oriente dà la debita importanza al fatto che l’individuo intelligente chiarisca i propri pensieri, ma non ne dà nessuna alla maniera in cui lo fa.” [1]

Un’opera antica e profonda, si dice scritta da quattro santi: Fu Hsi, il re Wên, il Duca di Chou e Confucio.

I Ching 1.jpeg

§

[1] p. 33 tratto da I Ching, Edizione Adelphi, 1995, Milano, Traduzione a cura di Bruno Veneziani e A. G. Ferrara

Aprile è il mese più crudele

Così si apre la Terra Desolata (1922) di T. S. Eliot, dedicata a Ezra Pound, il miglior fabbro.

Sul frontespizio una citazione dal Satyricon con l’episodio che rievoca la storia della Sibilla Cumana.

“Sibilla che vuoi?”

“Lei rispondeva, voglio morire”.

La Sibilla Cumana aveva ottenuto dal dio Apollo il dono dell’immortalità, senza il dono dell’eterna giovinezza, per cui quando i ragazzi la prendono in giro, ormai decrepita, sospesa in un’ampolla, la richiesta è più che legittima, piegata da una decadenza fisica che non può controllare.

Eliot aveva capito profondamente il maestro Pound, ammirando quella sua conoscenza dei classici superiore a ogni delimitazione temporanea, uno spazio tempo che fluiva ora e qui, che era già stato.

Il maestro rimaneva insuperabile.

Avvolte le mie lacrime in una foglia d’olmo

le ho lasciate sotto una pietra

e ora mi chiamano pazzo

perché ho gettato ogni follia da parte

per lasciare le vecchie aride vie degli uomini… (1)

[1 Tratto da Personae, Ezra Pound ]

Quando Pound portò il suo manoscritto a Londra, non conosceva nessuno, non era conosciuto e non aveva nessun mezzo finanziario per contribuire alla pubblicazione dei suoi scritti. L’editore Matthews – che aveva pubblicato Yeats – gli chiese di partecipare alle spese almeno per metà, Pound rispose, “Ho uno scellino in tasca, se questo può servire..” Matthews decise di pubblicarlo lo stesso, la critica non lo accolse a braccia aperte, ma il libro non passò inosservato, come ricorda T.S. Eliot nei suoi saggi.

Molti lo accusavano di essere troppo ricercato, di indurre il lettore a uno studio approfondito, a tratti faticoso da seguire, ma si può rimproverare qualcuno di essere troppo colto?

Pound era uno studioso, lo era sempre stato, aveva studiato la poesia prima di scriverla, i poeti latini e greci, Dante, la poesia provenzale, era un traduttore, aveva un orecchio allenato alla musica, ed Eliot che lo aveva intuito prima di tutti, gli riconosceva la grande abilità di aver saputo contrapporre elementi fissi a elementi mobili, versi liberi che potevano piegarsi alla metrica perché ne avevano assaporato il ritmo.

Eliot suggeriva di leggere i Cantos solo dopo aver letto altri suoi scritti, comprese l’analisi di Pound dei drammi giapponesi, e se poi anche allora non si avesse capito nulla, bisognava ritornare sui propri passi e iniziare daccapo.

Il Fuoco – V e ultima parte

Stelio con la Foscarina vanno a far visita a Lady Myrta che ha un magnifico palazzo, circondata da levrieri. Due levrieri dal nome biblico – Gog e Magog li aveva regalati a Stelio – già il nome è un indizio, giganti, ma anche popoli e nazioni lontanissime. Gog a forza di cacciare lepri è diventato storpio. Lady Myrta gli offre il suo Donovan…e ricorda una storia tristissima di una donna francese uccisa durante una battuta di caccia, colpita da un colpo mortale riservato a una lepre e che sarà fatale per entrambe.

Dentro la Basilica dorata di San Marco la Foscarina trova il coraggio di lasciarsi andare a uno sfogo, chiede a Stelio di lasciarla perdere. “Tutto è compiuto.” Poi si incammina nello stesso luogo dove gli aveva presentato Donatella Arvale, vicino alla porta della carta. Sull’isola della Giudecca, in uno dei suoi giardini segreti, si rimette a pensare alla lettera ricevuta dalla giovane cantante e la mente corre a un brutto presentimento, la fine del suo amore per Stelio e la minaccia di una giovane amante che potrebbe essere chiunque, non solo Donatella. E mentre delira nella sua gelosia, D’Annunzio inserisce nello sfondo le urla delle folli dall’Isola di San Clemente, giusto per non farci mancare nulla. Siamo a novembre, il mese dei morti e il quadro più cupo è al completo.

Straziante dolcezza di quel novembre sorridente come un infermo che ha una tregua al suo patire e sa che è l’ultima e assapora la vita che con una grazia novella gli scopre i suoi più delicati sapori nel punto di abbandonarlo…

Il paesaggio esteriore cambia quando arrivano a Fusina e Stelio la consola come può “Mi perderai”…”questa parola è tua, è uscita dalle tue labbra.”

Silenzio fino a Villa Pisani a Strà, un lungo tragitto ed entrano a visitare le sale piene di storia e di ricordi. La Foscarina è sempre più a disagio, lo supplica di uscire all’aria aperta.

“La vita potrebbe ancora essere dolce”…fino a che Stelio non le chiede di partire con lui. La Foscarina non vuole, non trova tregua da se stessa.

Stelio decide di entrare nel labirinto e lì sarà a lei a dover trovare lui, il solo pensiero di incarnare la figura di Arianna che tutti sappiamo che fine farà la fa preoccupare ancora di più, a questo si aggiunge l’inquietante coincidenza con il personaggio di scena interpretato da Donatella Arvale al loro primo incontro – ARIANNA. La Foscarina si sente spacciata, alla prima ansa di siepe, di Stelio nemmeno l’ombra mentre il poeta la incita a seguirlo. Un gioco perverso in cui si diverte solo lui mentre la Foscarina è sempre più terrorizzata. Sono costretti a urlare per farsi sentire dal custode. Lei, pallida ed esausta, lui, felice come un ragazzino.

Il viaggio di ritorno è ancora più faticoso. All’improvviso la Foscarina ha il coraggio di affrontare le sue paure e chiede “Pensate spesso a Donatella Arvale?”

La risposta è proprio quello che lei teme, “sì qualche volta.” E per peggiorare le cose, aggiunge, “la sua voce non si dimentica.”

Si arriva finalmente a Venezia dove ancora una volta si viene distratti da qualcos’altro. Questa volta assistiamo a un fuoco vero di una fornace, dove si soffia il vetro, sperando di scacciare via altri pensieri. La Foscarina esce fuori soddisfatta con un bel vaso di Murano ma poi come sempre il discorso va nell’unica direzione dove lei vuole che vada…la sua ossessione per il tempo che scorre e la differenza di età con il suo giovane amante poeta che potrebbe stancarsi di lei. Dopo molte pagine di reciproco rincoramento, in cui lei è arrivata persino a ferirsi con il vaso, ritroviamo i due deliranti nell’Isola di San Francesco del Deserto. Stelio può entrare nel convento, la Foscarina deve rimanere fuori, mentre il poeta può finalmente vedere il luogo del pino santo dove San Francesco piantò quell’albero. Al ritorno dall’isola Stelio decide che è arrivato il momento di tornare a casa sua a comporre la sua opera. A Venezia trova ad aspettarlo in fondamenta il suo amico Daniele Glauro che gli annuncia che Richard Wagner è morto.

“Il mondo parve diminuito di valore.”

La Foscarina gli annuncia che la decisione è presa, andrà in tournée in America. Il bacio è un commiato.

Ritornano in mente i versi della poetessa Gaspara Stampa così amati dalla Foscarina:

Io vorrei pur ch’Amor dicesse come debbo seguirlo?

Al funerale di Wagner, Stelio e l’amico si offrono di portare a spalla la bara insieme al corteo funebre da San Simeone fino alla stazione – l’episodio è inventato di sana pianta da D’Annunzio.

I due romanzi che dovevano completare la trilogia del Melagrano non vennero mai scritti. La passione viene domata in parte, come annunciano i versi iniziali di Dante, fa come natura face in foco, la volontà si comporta come fa la natura nella fiamma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Fuoco – IV parte

Dimmi come cerchi e ti dirò cosa cerchi

Ludwig Wittgenstein

L’Impero del Silenzio

Stelio con la sua passione totalizzante confonde sempre più la Foscarina, terrorizzata dall’idea di invecchiare e di non essere all’altezza di un giovane amante che non le dà tregua, con la paura di essere presto sostituita da Donatella Arvale, meno esperta ma con una vita davanti. Gli racconta la triste storia della contessa Radiana, reclusa in un palazzo veneziano senza specchi, vittima della sua stessa vanità. Stelio ha altro a cui pensare.

Tornando da un mare in tempesta dal lido, sulla nave il poeta incrocia Richard Wagner, ormai vecchio e malandato con la moglie Cosima e l’amico Franz Liszt. Il musicista si sente male, Stelio insieme al critico Daniele Glauro gli prestano i primi soccorsi e lo accompagnano fino a casa, attraversando Piazza San Marco inondata d’acqua.

Sulle strade verso Rialto, quando ormai i passi sono diventati pensieri, i due amici cominciano a conversare sul rapporto tra musica, intervalli e il ruolo fondamentale del silenzio. Stelio rievoca la figura dell’indovina Cassandra – ci sono due versioni sul mito del suo dono profetico, D’Annunzio sceglie la prima versione, quella che racconta che Cassandra insieme al fratello gemello Eleno si addormentarono nel santuario di Apollo, durante una festa per il compleanno del padre. I genitori ubriachi, si erano dimenticati i bambini nel tempio, per cui Ecuba, il giorno dopo corse al santuario e scoprì con orrore che i serpenti stavano lambendo le orecchie dei bambini, in segno di purificazione. I serpenti scomparvero in un cespuglio di alloro ed Eleno e Cassandra praticarono l’arte profetica…

Tra i meandri delle calli, i due hanno la stessa visione, quindici cadaveri coperti da maschere d’oro su un letto d’oro, tutta la scorta regale uccisa, Agamennone, Eurimedone, Cassandra, improvviso salto temporale in un’altra dimensione lontana eppure così vicina in cui Omero sembra parlargli. È il potere evocativo dell’arte della parola con la rivisitazione del dramma di Perseo. Nel delirio di quella conversazione condivisa arrivano fino a San Giacomo dell’Orio e si ricordano della gesta di Dandolo e della colonna ionica di marmo verde trafugata nella Quarta Crociata.

Tu puoi creare. Che altro cerchi?

In altri tempi avrei forse saputo conquistare un Arcipelago.

Che ti importa? Una melodia vale una provincia. Per un’immagine nuova non cederesti un principato?

Vivere tutta la vita vorrei, non essere soltanto un cervello.

Un cervello contiene il mondo.

Ah, tu non puoi comprendere. Tu sei l’asceta; tu hai domato il desiderio.

E tu lo domerai.

Non so se vorrò.

Sono certo.

Addio, Daniele. Sei il mio testimone. Mi sei caro come nessun altro. [1]

Esaltato da quel promettente incontro crolla tra le braccia della sua Musa, amante e interprete preferita, Perdita, questa volta è lui che vuole scomparire, esausto.

To Be Continued…

§

[1] Il Fuoco, Gabriele D’Annunzio, p. 163

La città anadiomene dalle braccia di marmo

In una parola Venezia! Definizione dannunziana ispirata a Venere, nata dalla spuma del mare. Sostituire mare con laguna, per procedere nella lettura de Il Fuoco.

Che Stelio sia un personaggio impegnativo si capisce dalle prime righe, per averne la certezza definitiva sarà ascoltare il discorso preparato per Palazzo Ducale, una lezione sulla città e la sua anima autunnale così bene rappresentata dai quadri del Giorgione e del Tintoretto.

La prima riflessione prende spunto da Leonardo da Vinci, la pittura come sorella della musica, poesia muta in cui gli artisti sono dei musicisti inconsapevoli. L’Allegoria dell’Autunno di Tintoretto rivela una immagine superiore creata dal nostro sogno di ieri. Venezia diventa una città di Vita, lontana dall’immaginario mortifero di un luogo in cui ritirarsi ma forza motrice che si rinnova ogni volta.

#SoundCloud\nhttps://soundcloud.com/branoalcollo/discorso-di-stelio-epifanii Branoalcollo #np su #SoundCloud

Esaltato dalla sua visione, alla fine del suo intervento incontra la cantante Donatella Arvale che delizia il pubblico con un’aria di Benedetto Marcello, tratta dall’Arianna, “come puoi vedermi piangere”. Abbagliato dalla intensità della giovane interprete, il poeta già la immagina protagonista dei suoi drammi, la Foscarina osserva preoccupata, sullo sfondo il palazzo di Desdemona sul Canal Grande.

A cena la conversazione degli invitati passa a Wagner che Effrena considera troppo lontano dal suo mondo latino, anche se il Parsifal lo conquista, insieme alla doppia natura dell’eroina Kundry. L’intenzione è di rivedere la Foscarina una volta salutati gli ospiti, lei non riesce più a respingere il pericolo di una relazione a cui non sa più resistere. Persa come il suo soprannome, Perdita. In giardino scoppia la passione.

Stelio si allontana in gondola per esplorare la città da solo lungo il Canal Grande, arrivato nel bacino di San Marco, ordina al gondoliere di trovargli una barca che vada verso il mare. Il paesaggio tra San Giorgio e San Marco gli fa capire come la sua intuizione iniziale sia stata giusta. Riscopre il senso della sua missione, tutto ritorna ad avere un senso nuovo.

“Creare con gioia!”. E il mondo era suo.

Naya,_Carlo_(1816-1882)_-_n._64_-_Venezia_-_Palazzo_Contarini_Fasan_4.jpg

©Naya Carlo (1816-1882) – Palazzo Contarin Fasan – Public Domain

Il Fuoco di Gabriele D’Annunzio | Branoalcollo – SoundCloud

Per chi fosse interessato alla Ii parte Ascolta Il Fuoco di Gabriele D’Annunzio | Branoalcollo di Branoalcollo #np su #SoundCloud