A luci spente

Venerdì 13 ho fatto davvero un tour da paura, clienti difficili da gestire, uno è caduto attraversando un ponte e si è fatto male, un altro sgridava il mondo perché non era allineato con i suoi pensieri – la moglie lo guardava con la tenerezza che si prova nei confronti di un bambino ferito – il microfono non funzionava, il tono della voce a tratti inesistente, a tratti con un volume troppo forte che spaccava i timpani di una ciurma disordinata..e io continuavo a parlare, continuavo a recitare la mia parte, anche se a teatro c’era una manciata di Proci, Argo era morto, Ulisse inghiottito da secoli nella terra dei Beati. C’era da avvilirsi, paradossalmente mi ha salvato il tempo, una nebbia fittissima che avvolgeva Venezia in un ricordo come in un quadro di Monet. Mentre descrivevo il paesaggio evanescente mi è venuto in mente il mare immaginario di Fellini fatto con i sacchetti della spazzatura neri, quando la nave solcava fondali di carta con un rinoceronte a bordo. Non si è mai capito se quel rinoceronte fosse un riferimento a un quadro di Pietro Longhi, custodito a Ca’ Rezzonico, ma a me piace pensare che sì, che anche Clara fosse destinata a viaggiare verso altri mondi.

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57esima Biennale d’Arte di Venezia #VivaARTEViva

La vita inizia quando finisce la paura

Padiglione Egitto

L’edizione di quest’anno, curata da Christine Macel, segna una svolta necessaria, era da tanto tempo che non si assisteva a un progetto artistico corale così ben strutturato. Spazio agli artisti, a voci che sono state ignorate per lungo tempo, a progetti che si interrogavano sul rapporto con l’invisibile e con altre dimensioni in tempi lontani, come se si volesse ristabilire una cronologia di chi ha militato con resilienza senza arrendersi a un cinismo senza speranza, a un nichilismo paralizzante.

Divisa come sempre in due parti, per la prima volta omogenee fra loro, finalmente anime aperte al dialogo. Indagini e ricerche sull’aspetto più umano e fragile delle nostre sensibilità, non riflessioni dolenti e specchi deformanti ma altri mondi possibili, raccontati in nove capitoli. Nel Padiglione Centrale il Padiglione degli Artisti e dei Libri, Il Padiglione delle Gioie e delle Paure, seguiti da altri sette percorsi dall’Arsenale al Giardino delle Vergini – spazio ai confini dell’Arsenale vicino alle due torri che si affacciano sulla laguna – con il Padiglione dello Spazio comune, il Padiglione della Terra, il Padiglione delle Tradizioni, il Padiglione degli Sciamani, il Padiglione dionisiaco, il Padiglione dei Colori e il Padiglione del Tempo e dell’infinito.

Tra le installazioni che mi hanno colpito di più, lo spazio della Nuova Zelanda, Emissari, con un video di Lisa Reihana, in Pursuit of Venus [infected]Alla ricerca di Venere infetta – dieci anni di lavoro, ispirati dal libro di viaggi del Capitano Cook, spedizione organizzata nel 1769 per osservare nell’Oceano Pacifico il transito di Venere davanti al Sole..un pannello statico lungo 26 metri con paesaggi lussureggianti che riprendono le illustrazioni ottocentesche di John Dufor, animate da performers vivi che ballano al ritmo di musiche tribali e sembrano venirci incontro attraversando lo schermo..gli effetti di una colonizzazione cieca e sorda..oltre gli stereotipi.

Magnifica la tenda a ragnatela di Ernest Neto, legata alle colonne delle Corderie e alle travature del soffitto, che si apre alla cultura degli amerindi e a tutti noi. Commovente la performance con la musica di Oum Kalthum che muove piccoli mucchi di sabbia..rendendo visibile l’effetto della parola detta o cantata, disegnando universi chiusi in una sfera di plexiglass.

© Foto di SISTERLY

©Foto di Sisterly

 

 

 

 

 

Ai Giardini la narrazione si snoda fisicamente anche attraverso pagine di libri, tassonomie di quadri, collage di video. All’ingresso nel Padiglione di Stirling – La mia Biblioteca – è possibile leggere gli autori preferiti dagli artisti presenti alla mostra – molti libri di Murakami.

L’Ungheria si apre alla fantascienza con una mostra di Gyula Varnai, omaggio alla futurologia di Lem, al tema della città invisibili. Peace on Earth ospita un grande arcobaleno fatto con ottomila distintivi di varie associazioni, movimenti degli anni sessanta, la guerra fredda secondo una linea cromatica. La Russia presenta l’opera totale Theatrum Orbis, riprende l’idea di un Atlante geografico moderno mai pubblicato, con installazioni iconografiche con misteriosi androidi.

La Svizzera invece dedica parte del Padiglione a una voce rimasta silente per anni, l’artista americana Flora Mayo, che a Parigi ebbe una breve relazione con Alberto Giacometti – il padiglione è stato progettato nel 1952 dal fratello Bruno.

L’altra vita di Flora viene raccontata in una video intervista dal figlio che sfogliando un libro su Giacometti riconosce in una foto in bianco e nero la madre insieme all’artista. Si apre per lui un nuovo capitolo, comincia a ricostruire il passato della madre a Parigi, la sua vita segreta come artista dopo il divorzio e il rientro forzato negli Stati Uniti con la Grande Depressione, da sola, incinta e senza mezzi. Mentre parla, fa fatica a trattenere le lacrime perché scopre che la madre ha rinunciato alle sue sculture schiacciata dai troppi doveri, sopportando con dignità una vita di stenti senza mai rivelargli l’identità del padre. C’è una frase che ritorna in questa assenza, una citazione di Chekov, “quando entri in società chiudi la porta per sempre”..

La Francia mette in atto una grande performance sonora, la Germania – padiglione premiato della Imhof – ti respinge in una installazione di grande impatto, si cammina su un pavimento di vetro che sembra quasi scivoloso nella sua linearità geometrica, sotto ci si svela un mondo distante, asettico, inquietante. La Gran Bretagna è occupata dalle sculture gigantesche di Phyllida Barlow – Folly. Il Canada si sfoga con una cascata liberatoria, l’Austria mette in scena il visitatore che può diventare scultura vivente. Il Giappone ci rende ebeti inconsapevoli facendoci sbucare con la testa in mezzo a una scultura di architetture, capovolgendo i punti di vista, Capovolta è una foresta, parola di Takahiro Iwasaki. La Corea ha un ingresso degno di un luna-park sobrio con un drago tigre all’ingresso e all’interno del motel un collage di foto reperti, in un angolo una copia dell’Urlo di Munch con la scritta merda..La Norvegia ha delle architetture modulari tra gli alberi, libri scolpiti come se fossero sculture mentre un gatto ha scelto il Padiglione come sua nuova tana. La Spagna riflette sulla speculazione edilizia, il Belgio ospita le fotografie monocrome di Dirk Braekman, la Danimarca un’istallazione botanica di Kirstine Roepstorff destinata a rimanere ignorata mentre si passeggia tra sassi e cespugli. Il Padiglione Italia sviluppa il tema del racconto con libri di artista in sequenze cromatiche che svelano altre trame, mappe del corpo umano, cosmografie che anticipano altri futuri.

Sogno stasera di code di pavoni, campi di diamante e balene che parlano. I malati sono molti, benedetti pochi, ma i sogni stasera ti proteggeranno.

Herman Melville

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E sono sette (nani)…2010-2017

Ridendo (poco) e scherzando Branoalcollo naviga nelle acque turbolente di WordPress da sette anni. Ho visto cose e mondi che mai avrei immaginato, conosciuto molti avatar, alcuni onestamente pazzi da legare, altri alla ricerca come tutti di uno straccio di visibilità, molti hanno mollato tutto, lasciando frammenti di bozze di articoli alla deriva da anni, altri hanno continuato a essere voyeur senza scrivere più nulla, spiano ma non partecipano – quando clicchi sui loro dati hanno già chiuso baracca e burattini, come scie di stelle già morte..insomma ci vuole pazienza. Fastidiosi i dissuasori di blog, inevitabili come i dossi rallentatori, che puntualmente si fanno sentire per scoraggiarti, ma scoraggiarti da che? Tutti sforzi inutili, i guastafeste alla fine si rompono più di te.

Si continua a scrivere, alla ricerca di stimoli e di nuove avventure..per chi le vuole trovare, al di là di Soneca, Dengoso, Dunga (che poi Cucciolo è anche il soprannome del giocatore brasiliano Carlos Caetano Bledorn Verri, nome breve facile da ricordare), Feliz, Atchim, Mestre e Zangado.

Grazie, Denghiu a chiunque sia passato da queste parti, ora, in passato o mai più.

I like Chopin 🙂

 

 

 

 

 

 

 

Elevazioni #23

Qui c’è tutto da ricostruire, giorni fa vagavo con un taxi nella laguna per lavoro, una viaggiatrice della Pennsylvania mi indica una scultura vicino al cimitero di San Michele: “Chi sono? Due amanti?”..Inforco gli occhiali e metto a fuoco “Dante’s barge“, altro che amanti, Dante e Virgilio su una chiatta, opera dello scultore armeno Georgy Frangulyan, installazione commissionata in occasione della Biennale di Venezia qualche tempo fa, davanti all’isola dei morti..

Nessuna domanda sulla Biennale, per cui aspetto una sua reazione.

“Ah sì, beh a me sembrano lì da secoli.”

E in effetti, se mi tolgo gli occhiali, scompaiono inghiottiti da una nuvola, sospesi tra onde e cielo, mentre lei con una Tshirt verde salvia con la scritta North Face guarda già verso Murano, del vetro non è che le interessi più di tanto, ma rientra nella liste di cose da vedere per cui si va, con poca convinzione ma si va.

Parla poco.

“Tentato di leggere Dante in inglese ma l’ho trovato un po’ pesante per cui ho lasciato perdere.”

Problemi di traduzione, disinteresse o che? Tento un approccio diverso con il jolly Ezra Pound.

“Pound, americano che ha vissuto a Venezia, grande studioso, anche di Dante, ha ricostruito un’Odissea moderna attraverso la conoscenza dei classici.”

“Sembra interessante..”

“La letteratura è nuova se rimane nuova..forse le note non hanno aiutato..”

Annuisce e mi sorride.

“I have tried to write Paradise

Do not move
Let the wind speak
that is paradise.

Let the Gods forgive what I
have made
Let those I love try to forgive
what I have made.”

Abbassa lo sguardo e fa finta di fissare un orizzonte lontano, commossa. Siamo a Murano.

 

 

 

 

 

Dentro il quadro: #Effie, #JohnEverettMillais e #JohnRuskin

John_Everett_Millais_-_The_Order_of_Release_1746_-_Google_Art_Project.jpg

Effie Gray (1828-1897), nobildonna scozzese, sposata al critico d’arte John Ruskin (1819-1900) è qui ritratta nella parte della moglie devota in un quadro di John Everett Millais (1829-1896) – L’ordine di scarcerazione, olio su tela, Londra 1852-53.

All’epoca Effie era infelicemente legata a John Ruskin, più interessato all’arte e alla storia delle rovine che all’amore coniugale. Nel quadro Effie posa come la moglie di un ribelle giacobita, episodio inventato dal pittore stesso che lo fa risalire al 1746, probabilmente ispirato dai romanzi di Walter Scott, ha i capelli più scuri, sullo sfondo una prigione, in basso a destra le primule gialle appassite a terra, lo sguardo triste e rassegnato che allude forse al sacrificio della donna scalza che ha dovuto sottostare al ricatto sessuale della guardia per salvare la vita al marito ferito e ottenere l’ordine di scarcerazione. Il quadro ebbe un successo talmente grande che quando venne esposto alla Royal Academy fu necessario mettere un poliziotto per spostare la folla.

Giorno dopo giorno John Everett Millais, il protégé di John Ruskin, mentre studia il soggetto da ritrarre, consulta persino un esperto di tartan per dipingere il kilt del soldato scozzese, utilizzando quello del clan Gordon, stabilisce un rapporto privilegiato con chi diventerà la sua futura moglie. E negli occhi coglie quella tristezza di una giovinezza spenta, confinata in un matrimonio senza speranza, mai consumato, respinta dal marito già dalla prima notte di nozze. Secondo il critico bella ma non al punto di suscitare in lui nessuna passione, poco attratto dal suo corpo di donna, ormai non più bambina. John quando era piccola le aveva dedicato un racconto, Il Re del Fiume d’oro.

Durante un viaggio in Scozia in cui il pittore segue il critico per fargli una serie di ritratti, succede l’inevitabile, Euphemia si innamora del giovane Millais e decide di lasciare il marito. John Ruskin è immerso nella scrittura del secondo volume de Le Pietre di Venezia. Al ritorno, niente è più come prima, restituisce in una lettera la fede e chiede l’annullamento del matrimonio, si deve sottoporre a un’umiliante visita medica che dimostra la sua verginità. John Everett Millais aspetta con calma che si svolga tutto l’iter burocratico, ma non cade nella trappola ricattatoria del suo mecenate, non seduce Effie e lascia che gli eventi abbiano il loro corso. Il caso si chiude con l’ammissione pubblica dell’impotenza di John Ruskin.

Nel 1855 Effie Gray ex Lady Ruskin sposa John Everett Millais, aprendosi a una nuova vita, consigliera del marito pittore e musa di molti suoi quadri. John Ruskin continuerà a dedicare tutto il suo tempo all’arte e ai suoi scritti:

Se qualcuno abbastanza abile nel leggere i manoscritti stracciati dalla mente, volesse avere una più intima conoscenza di me, può trarla sapendo verso quali personaggi della vita passata avverto maggiore trasporto. Farò tre nomi. Per tutto ciò che c’è di più intenso e profondo in me, di ciò che mi pone all’unisono con il lavoro che faccio, che mi dà le luci e le ombre che sono nel mio essere, mi sento attratto da Guido Guinicelli. Per quanto concerne il mio temperamento naturale e consueto, per i miei pensieri sulle cose e sulla gente, da Marmotel. Per quanto concerne il mio temperamento più acceso e occasionale, dal decano Swift. (1)

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(1) Le Pietre di Venezia, John Ruskin, ed. Bur, luglio 2000, p. 44, estratto da John Ruskin, Sesamo e Gigli, 1871.

 

 

Get down

Cosa importa se è finita E cosa importa se ho la gola bruciata o no? 

Il capitano è già in loco pronto per il concerto di Vasco Rossi a Modena, insieme ad altri 200,000 fans, alcuni in tenda nel parco da un mese. Ha già bevuto sei birre dopo aver ingoiato una manciata di gnocchi fritti.

Bonolis con i suoi allorquando stasera presenta l’evento su RAI1, una botta di vita che fa saltare gli spezzoni nostalgici di Techetechetè. Mollica ha già detto che sarà bellissimo, e c’è da credergli.

Ta-ra-ra-rà,

ta-ra-ra-rà..

Atmosfera che ti fa ordinare subito un doppio whisky, senza Roxy Bar, senza parole, e va bene così. Respiri piano, senza far rumore.

“Quanti anni hai stasera?”

“Quanti anni mi dai bambina?”

“Cosa vuoi che ti dica io?”

“Ma te ti sento dentro come un pugno.”

“Eh..già..”

“Io no io no io no non ti dimenticherò..”

“Eh..già..”

“La vita semplice che mi garantivi adesso è mia però è lastricata di problemi..”

“Va bé se proprio te lo devo dire non è che tu mi faccia poi impazzire..”

“Tutta colpa di Alfredo.”

“Cosa vuoi tu più di così? E cosa conta chi perdeva..le regole sono così..è la vita! ed ora che cresci devi prenderla così..”

“Sì! Stupendo! Mi viene il vomito! è più forte di me! Non lo so se sto qui o se ritorno se ritorno..”

“Quanti anni hai stasera?”

“Quanti anni mi dai bambina?”