La pietra che parla | The stone that speaks

Giorgio Baffo era un nobile veneziano, membro della Quarantia Criminale. Amava comporre versi erotici che declamava durante le feste. Censurato fino all’800. Venne particolarmente apprezzato da Federico Berchet e Guillaume Apollinaire. Amico di Giacomo Casanova, e sostenitore della famiglia Grimani. Tra i vari annedoti si racconta che un giorno la madre di Casanova, l’attrice […]

La pietra che parla | The stone that speaks

Ironia | Figure retoriche fai-da-te

Saluti

Sempre sentiti

Dizionario dei Luoghi Comuni, G. Flaubert

Aprendo Armonia e Stile, gli autori eleggono come esempio di ironia Giuseppe Parini (nato Parino)…ritratto del giovin signore

Or chi è quell’eroe che tanta parte

Colà ingombra di loco, e mangia e fiuta

e guata e, de l’altrui cure ridendo,

sì superba di ventre agita mole.

Non riuscitissimo.

…Smorza qualsiasi entusiasmo Giambattista Vico:

L’ironia certamente non poté cominciare che da’ tempi della riflessione, perch’ella è formata dal falso in forza d’una riflessione che prende maschera di verità.

Lo Zingarelli cita il sommo Dante, “figura retorica che consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa, spec. a scopo derisorio” e la citazione è dedicata ai vizi di Firenze…tanto per cambiare.

Oltre misura stanca.

Ciao ciao.

Koyaanisqatsi – Unbalanced life

A chi ricorda il film

Dopo dieci anni di blog (ad agosto) entro di peso nella fase di bilancio in cui posso bellamente dire la mia.

In questi mesi di isolamento forzato, la parola #tempi è stata declinata ad libitum, #tempisospesi, #tempiincerti, #tempidelCovid, #tempidellaquarantena…e mai come in questo periodo il tempo scorre ad una velocità che non conosco, con un futuro da ricostruire pezzo per pezzo.

Ogni giorno mi chiedono: e il lavoro, e Venezia?

La risposta non arriverà immediata.

Per quanto riguarda invece la scrittura, con il senno di poi, presterò più attenzione a chi prestare attenzione.

Così tutto è sotto il potere di altre cose

Esse stesse sotto il potere di altre;

Sapendolo non sarò mai adirato

Con cose che sono irreali quanto fantasmi.

[Manjoushri XVIII secolo]

La Lista delle Liste #4 #Bloomsday #16Giugno

Oggi è Bloomsday, giornata dedicata a James Joyce e al suo Ulisse, al giorno in cui si svolge il flusso di coscienza di mille pagine, il 16 Giugno 1904, a Dublino.

Il giorno in cui la futura moglie Nora Barnacle scopre di essere innamorata di James Joyce, il loro primo incontro.

La storia parte dalla Torre di Sandycove, località Dun Laoghaire, a 12 km a sud di Dublino.

Vista dalla Torre di Sandycove, Dublin @branoalcollo

Stephen Dedalus – nome del protagonista del romanzo di esordio di Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, qui ritorna per impersonare la figura di Telemaco, Ulisse è Leopold Bloom, sposato a Molly/Penelope.

Nella torre vivono Buck Mulligan, uno studente di medicina dai modi piuttosto rozzi, che sta invadendo la scena in ogni senso, e Stephen Dedalus. Sono le otto di mattina, e i due stanno per fare colazione insieme a un altro studente di Oxford, Haines, interessato al folclore irlandese.

Stately, plump Buck Mulligan came from the stairhead, bearing a bowl of lather on which a mirror and a razor lay crossed. A yellow dressing-gown, ungirdled, was sustained gently behind him by the mild morning air. He held the bowl aloft and intoned:

Introibo ad altare Dei.

Halted, he peered down the dark winding stairs and called up coarsely:

– Come up, Kinch. Come up, you fearful jesuit.

Provate a tradurlo, e sarete invasi da dubbi amletici sul senso di ogni parola, fin dall’incipit che dovrebbe introdurre un racconto epico:

Solenne, il paffuto Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, con in mano un catino di schiuma su cui stavano incrociati uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, si sollevava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Sollevò il catino e intonò:

Introibo ad altare Dei.

Si fermò, scrutò in basso verso la buia scala a chiocciola e urlò sguaiato:

Vieni su Kinch! Vieni su, pauroso gesuita.

[mia versione @Branoalcollo]

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò la buia scala a chiocciola e chiamò berciando:
– Vieni su, Kinch! Vieni su, pauroso gesuita.

(versione classica Trad. di Giulio De Angelis)

Per seguire meglio lo sviluppo degli eventi consiglio questa pagina geniale di Stuart Gilbert, James Joyce’s Ulysses, p. 38, Penguin Books, Harmondsworth, 1963 in cui sono citati tutti gli episodi con i rimandi tra Dublino, l’Odissea, il corpo umano, l’arte, il colore, la simbologia, e la tecnica usata.

Sono degli attraversamenti che vi aiuteranno a interpretare alcune scene, e se volete perdervi nel labirinto Joyce, avrete ulteriori chiavi di lettura.

Fonte Stuart Gilbert @Branoalcollo

Se invece volete leggere il tanto discusso lungo monologo interiore di Molly/Penelope correte all’ultimo capitolo, il capitolo 18:

And then I asked him with my eyes to ask again yes my mountain flower and first I put my arms around him yes and drew him down to me so he could feel all perfume yes and his heart was going like mad and yes I said yes I will Yes.

E poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì mio fiore di montagna e per prima cosa lo abbracciai sì e lo avvicinai a me in modo che potesse sentire tutto il profumo sì e il suo cuore batteva impazzito e sì dissi voglio Sì.

Fabio Penso and the Veneto Travel Professionals

Venice Tourism and Travel Professionals Covid-19 Ready for a new kind of Tourism

La Lista delle Liste #3 The Others

Tra gli autori irlandesi, a Dublino, si leggeva e si rappresentava ovunque Brian Friel (1929-2015), drammaturgo e scrittore, fondatore della Field Day Theatre Company. L’opera che aveva dato origine a tutto era stata Translations, dedicata all’attore Stephen Rea.

A syntax opulent with tomorrows

Un dramma complesso, perché attraverso la metafora della traduzione e della mappatura di un intero territorio, si affrontava un tema allora ancora scottante: linguaggio, imperialismo coloniale, tradizione e cultura, politica, appropriazione indebita. Tradurre dal gaelico all’inglese non era affatto un’operazione innocua, anzi.

La sintassi opulenta di domani.

Di domani che non saranno, si intende.

Ancora prima di Godot, da sempre, in un tempo mitico, volutamente sospeso nel nonsense.

“bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnskawntoohoohoordenenthur-nuk!” dovrebbe trasmettere il suono del tuono dopo la caduta di Adamo ed Eva nel Finnegans Wake (senza genitivo sassone per lasciare intendere che di Finnegan ce n’è più di uno). Diciassette anni per scriverlo, ottanta anni per tradurlo. Pubblicato nella versione italiana degli Oscar Mondadori (2019).

Che ci si diverta alla veglia di (o per i) Finnegans – canto popolare irlandese – è tutto da verificare, il fratello di Joyce, lo definì “l’ultimo delirio della letteratura, prima della sua estinzione.”

La letteratura invece lotta e resiste insieme a noi, probabilmente perché la vita non basta.

Un altro che ora è noto ma che in passato ha tribolato è stato Brian O’ Nolan (1911-1966). Scriveva sotto lo pseudonimo di Flann O’ Brien, era un funzionario governativo, schiacciato dal peso delle responsabilità dopo la morte del padre con una famiglia numerosissima. Quando il suo romanzo venne rifiutato da tutti gli editori, alla fine, avvilito, disse di avere perso il manoscritto. Fu pubblicato per la prima volta nel 1967, ed è tuttora sorprendente, per spirito di ribellione a ogni stereotipo e humour.

“Your talk,” I said, “is surely the handiwork of wisdom because not one word of it do I understand.” (The Third Policeman, Il Terzo poliziotto nella elegante Edizione Adelphi)

Poi ci sono i leprechauns (lepricauni, volgarmente noti come gnomi irlandesi), e tutto il folklore che ruota intorno a loro, negli anfratti di colline verdissime…Il Revival celtico amorevolmente narrato da William Butler Yeats, “se guardi nel buio a lungo, c’è sempre qualcosa”.

A questo punto la domanda sorge spontanea, lo Hobbit di Tolkien ha dei parenti in Irlanda? Sicuramente sì.

TO BE CONTINUED…fine III parte

La Lista delle Liste #2 – The Others

Gli anni Verdissimi del secolo scorso

Tra i primi libri di letteratura straniera di noi ventenni di provincia il best-seller americano di Bret Easton Ellis, Less than zero (Meno di zero), scritto da un ventenne americano che in quanto a esperienza e a cinismo sembrava avere il doppio dei nostri anni e poco in comune con noi ragazzi di ieri.

Los Angeles con una generazione perduta tra sesso, droga, sedute di psicoanalisi, con famiglie spezzate, avidità e ambizione.

Catcher in the Rye (Il Giovane Holden di Salinger) per la Mtv generation – USA TODAY

Li chiamavano i “minimalisti”, anche Dan Flavin, con i suoi neon spiazzanti era considerato un minimalista, ma tra i due c’era un mare infinito di amarezze diverse.

Oltreoceano, all’epoca, avevo già individuato il mio preferito, Raymond Carver, e mi ero fatta portare dall’America, alla faccia di Amazon che ancora non esisteva, What we talk about when we talk about love, uno dei casi rari in cui la traduzione è uguale anche in italiano, Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore, che era anche il titolo di un racconto che dava il nome all’intera raccolta.

Carver not only enchants, he convinces. J. D. Reed TIME

Anche senza stordirti di alcool, capivi da subito che quella sofferenza raccontata sarebbe stato presto un ricordo condiviso, essere fuori tempo, e fuori luogo, con una precisione che non lasciava tregua.

Black Sparrow Press, 1986

John Fante, anch’esso un regalo inaspettato, è stato amore a prima vista, con questi ritratti di famiglia lucidi, Hollywood e la consapevolezza di non essere più lo sceneggiatore ricercato di un tempo, e l’amore per la letteratura russa, soprattutto Dostoevskij:

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai piú stato lo stesso. Il suo nome era Fedor Michailovic Dostoevskij. Ne sapeva piú lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e cosí di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.

(La Confraternita dell’uva, VIII; 2006, Trad. di Francesco Durante, pp. 81-82)

Dall’altra parte della Manica, i sempreverdi, il rigore imposto a tutti i romanzi vittoriani, dalle sorelle Bronte – la temeraria Charlotte è stata l’unica a uscire dai confini dello Yorkshire, spingendosi fino in Belgio per fare l’insegnante a Bruxelles (Villette) – Charles Dickens che ho tradotto parola per parola e che per me è stato il mio vero insegnante di inglese, William Thackeray con la magnifica trasposizione cinematografica di Barry Lyndon di Kubrick immortalata dalle sonate al piano di Shubert, e la sua Fiera delle Vanità, tuttora attuale, per il rimando alla ambizione sfrenata di certi personaggi che a ognuno di noi capita di incrociare.

E poi il doppio di Stevenson, con l’invenzione di Dr Jekyll and Mr Hyde, nell’equilibrio incerto degli opposti:

Mi hanno sempre accusato di essere “leggero e senza cuore”: ciò che è una cosa eccellente; se non avessi il cuore leggero, morirei.

La letteratura irlandese invece aggiungeva alla letteratura inglese una lingua nuova, e una mitologia che faceva credere ad altri mondi possibili.

C’era pure Dracula, scritto da Bram Stoker, ispirato dai racconti gotici che gli raccontava la madre quando da piccolo fu costretto a starsene a letto fino a otto anni…

Ma come sosteneva Sigmund Freud, “gli irlandesi sono l’unico popolo che non può essere psicanalizzato, sono troppi inclini alla fantasia.”

Yeats, Wilde, Joyce, e quella sfinge di Beckett.

Il mistero si infittiva.

Fine II parte…TO BE CONTINUED #lalistadelleliste #branoalcollo

La Lista delle Liste #1

Gli anni verdi

Visto che la quarantena continua fino a data da destinarsi – 47esimo giorno – oggi grandi celebrazioni intorno al LIBRO, il 23 Aprile è la #giornatamondialedellibro.

«Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.»

Il primo documento in italiano volgare risale al 963 d.C. .

L’invenzione del Tascabile si deve a quel genio di Aldo Manuzio, amico di Pico della Mirandola, precettore del Signore di Carpi, che intorno ai quarant’anni si stabilisce a Venezia. Qui frequenta la tipografia di Nicola Jensen, che viene acquistata da Andrea Torresani che diventa suo suocero. Inizia la sua attività tipografica nel 1494, nel 1500 ha già pubblicato 37 edizioni, cinque in caratteri greci e una in ebraico. Entra in contatto con Erasmo da Rotterdam, per i caratteri mobili viene aiutato dalla collaborazione con Francesco Griffo che lo introduce all’uso del corsivo della cancelleria papale – italics per gli inglesi, italiques per i francesi, letra grifa per gli spagnoli, corsivo per i fiamminghi. Le “aldine” (10x17cm) vengono adottate in tutta Europa.

I due autori a cui hanno dedicato a ragione la #giornatainternazionaledellibro, Cervantes e Shakespeare, rimangono e rimarranno per sempre fonte di ispirazione nei secoli dei secoli a venire. Nessuno come Cervantes ha saputo cogliere l’aspetto surreale e grottesco della vita, per cui ognuno di noi si troverà prima o poi a lottare contro i propri mulini a vento, mentre Shakespeare rimane una risorsa inesauribile nell’intreccio di qualsiasi trama, nei suoi drammi c’è già tutto – io considero il mondo per quello che è, un palcoscenico dove ognuno recita la sua parte – anche grazie alla tradizione italiana della novella, dell’arte di raccontare del Bandello, e prima del Boccaccio, declinata nei nostri resoconti quotidiani ai tempi del #Covid19. Nei suoi sonetti d’amore la forza del ritmo scandita dal pentametro giambico.

Prima di apprezzare a pieno la grandezza dei giganti, nel mio caso sono passati davvero lustri.

Le prime letture da piccola, escluse le fiabe dei Fratelli Grimm e le favole sonore a casa di Alfonso, sono state quelle suggerite a forza dai maestri – e qui ognuno di noi avrà la sua bibliografia di riferimento nel bene o nel male. I miei insegnanti ci sbolognavano come compito delle vacanze estive una lista di libri barbosissimi di cui dovevi fare il riassunto. A me piacevano i gialli di Agatha Christie ma ingiustamente non erano considerati letture serie – inseguendo sempre questa logica assurda per cui se ti diverti non è un vero compito – e quindi il primo libro che ho letto per costrizione è stata La Capanna dello Zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Lacrime amare per le condizioni di schiavitù nel Kentucky che poi hanno scatenato altre lacrime quando è uscito il best-seller Radici con Kunta Kinte.

Del famoso senno di poi
“Esporsi nella maturità alla lettura della Capanna dello zio Tom può dimostrarsi una sconcertante esperienza. È un’opera notevole, molto più di quanto ci sia mai stato dato di sospettare… C’è, in realtà, nella Capanna dello zio Tom, come nel suo successore, Dred, un intero dramma di costume, di attitudini morali, di punti di vista intellettuali che in qualche modo assomiglia a quello che ha fatto Dickens e che Zola avrebbe subito dopo continuato, per quanto riguarda i rapporti fra le classi sociali…” Edmond Wilson

Poi ricordo a tratti la storia di una ballerina della Scala, una certa Priscilla, che avevo preso dai libri di mia sorella, di Giana Anguissola. La mia vicina di casa, che era a sua volta una maestra elementare, mi aveva regalato invece le favole di Rodari, sulla copertina una bambola di pezza fatta di bottoni abbandonata sul bagnasciuga di una tristezza disarmante.

Il giallo invece rimaneva il mio amore segreto. La campagna inglese dove non succedeva apparentemente nulla e dietro le quinte di una siepe si nascondevano invece terribili segreti. Miss Marple mi ha conquistato da subito, come continua a farmi ridere lo humour inglese, perché anche nelle condizioni più avverse aiuta sempre.

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, ricitati ora per il rimando alla peste, non è che rientrassero tra le letture preferite da adolescenti. Oggi ho riaperto a caso il libro rilegato e trovato un cimelio inservibile, un biglietto dell’autobus usato qualche decennio fa…

A me invece era simpatico il nonno materno del Manzoni, Cesare Beccaria, l’autore Dei Delitti e delle Pene, più per partito preso che per reale convinzione.

Invece in posizione stabile da sempre, lotta ancora qui insieme a noi, Dante e la sua Divina Commedia. Tradotto in tutte le lingue, ho scoperto che è stato tradotto pure in veneziano, nel 1875 da Giuseppe Cappelli. Ecco qui l’incipit:

ARGOMENTO

Dante xe perso in una selva scura

E per scansar quell’orida malora

De montar sopra un monte elo procura

Lo spaventa tre fiere; ma dà fora

In so agiuto Virgilio, e ghe propone

Un altro viaggio; fato cuor alora,

A caminar con elo se dispone.

A meza strada de la vita umana

Me son trovà dentro una selva scura,

Chè persa mi gavea la tramontana.

Come far dei so orori la pitura,

Che de quei poco più fa oro la morte,

E ancora a solo pensarghe go paura!

E siamo solo all’inizio.

TO Be CONTINUED…fine I parte #Lalistadelleliste #Branoalcollo

Iso-lamento #43 – I giorni della Quarantena

Ispirata dalla lodevole iniziativa di Giampaolo Azzoni, Professore ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Pavia, che in questi giorni di Quarantena ha lanciato sul web STANZE , la parola su cui vorrei riflettere in questi tempi terribili è FIDUCIA. Significativamente nel diritto romano, si riferiva al contratto con cui si consegnava una cosa o una persona affinché questa la restituisse più tardi o la consegnasse ad altri.

L’accezione greca chiarisce meglio, peÍthein è termine usato spesso da Pindaro per significare obbedienza a determinati precetti, nella mitologia greca Pistis era la personificazione della Buona Fede, Fides (Fede) in quella romana.

Le cose si complicano quando si parla di interazione tra mortali.

Tra i lasciti letterari spiccano le parole di Polonio, il ciambellano di corte di Elsinore, nel dramma del dubbio per eccellenza, l’Amleto di William Shakespeare:

Ama tutti, fidati di pochi, non fare torto a nessuno raccomanda al figlio Laerte –

«Voce non dare ai tuoi pensieri, né a soverchianti pensieri, azione; sii familiare sempre, volgare non mai. L’amico, prima di accettarlo mettilo alla prova: ma, se accettato, aggancialo al cuore con uncini di acciaio; le palmi delle mani non consumarti in espansioni per ogni nuova conoscenza implume e appena sgusciata dall’uovo. Guardati dall’entrare in questione: ma una volta impegnato, portati in modo che il tuo avversario debba guardarsi da te. Porgi orecchio a tutti, e voce a pochi. Accetta l’altrui parere e tieni il tuo per te.» [1]

Forse nell’incertezza attuale vale ancora quello che sosteneva a ragione il poeta Friedrich Hölderlin, non a caso, amato molto dai filosofi: E tuttavia quello che resta, sono i poeti che lo creano.

§

[1] Atto i, iii scena, Amleto, William Shakespeare, pp. 29-30, edizione Einaudi, Trad. Cesare Vico Lodovici

Iso-lamento #41 – I giorni della Quarantena

Da oggi abbiamo superato i quaranta giorni di clausura e si continua così rinchiusi a casa. Non so voi, ma io non sono molto favorevole a questa nuova app che dovrebbe tracciare ogni nostro movimento futuro. Ieri sulla 7, nel programma Piazza Pulita di Formigli ho seguito l’intervento di Stefano Massini sulla sicurezza, sulla libertà in memoria dello scrittore cileno Sepúlveda, scomparso ieri per Coronavirus…insomma non c’è da stare tranquilli.

È un grande quesito, perché in realtà non sappiamo che fine faranno i nostri dati, oltre alla incertezza in cui brancoliamo al momento. Le parole sono ancora più importanti, specialmente ora, qual è il confine in cui la norma si deve fermare?

Io, in caso di dubbi, vado sempre a rileggermi Hillman:

“Norma” e “normale” derivano dal latino norma, che significa squadra di falegname. Norma è un termine tecnico, strumentale per indicare l’angolo retto; attiene alla geometria applicata…Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo “normale” significava rettangolare, perpendicolare, ad angolo retto. La nostra accezione attuale, tradisce chiaramente l’uso ottocentesco, così come è commentato nell’Oxford English Dictionary, dove normale e ideale si fondono.

Ciò che è singolare, diventa sbagliato, fuori dalla norma – sfuggendo così a ogni definizione statistica – e condanna morale…

[James Hillman, La vana fuga dagli dei, Adelphi, 1998 pp. 199-200, trad. di Adriana Bottini]

Ancora una volta il mito greco ci viene incontro, unendo i due concetti che legano norma e necessità in una divinità, la dea della polis, Atena, a cui nulla sfugge.