Attenti a quei tre

Rina aveva messo a rosolare in una casseruola il burro con il midollo tritato e la cipolla, il brodo di manzo era già pronto sul fuoco, versò in un piatto fondo sette pugni di riso. Non sapeva che farsene di tutte quelle lumache che il vicino di casa le aveva regalato. Prese una scatola di cartone, bucherellò il fondo e abbandonò le lumache sopra uno strato di crusca. Si era ricordata che da qualche parte conservava una scatoletta di pregiatissimo zafferano dalla Spagna, glielo aveva portato la sua amica Agata che lavorava come domestica in un palazzetto dietro Piazza Sicilia.

Il trucco stava nell’ammorbidire lo zafferano con un po’ di brodo caldo. Aprì la dispensa, spostò la tazza sbeccata che conteneva delle liquirizie impolverate: la scatolina era sparita. Controllò allora nel cassetto del tavolo da lavoro, fece per aprirlo e le rimase in mano il pomello, anche la cucina stava cadendo a pezzi.

Aveva lavorato tutta una vita per tenersi stretta quella casa che non era nemmeno sua, il marito era morto due anni prima e i cognati continuavano a insistere per avere la loro quota. Il fabbricato si affacciava su una corte interna occupata da un mucchio di cianfrusaglie: reti da pesca rotte, bottiglie vuote, pezzi di legno, vecchi copertoni e rottami di biciclette. Il pezzo forte, custodito come una reliquia, era una gabbia di canarini, coperta da un telo a fiori sbiadito. In mezzo al giardino di ghiaia, due pali storti con un filo di spago logoro su cui stendere il bucato.

Rina era stata irremovibile, non voleva andarsene, i figli stavano dalla sua parte. Il maggiore diceva di essere un artigiano – un artigiano senza bottega che faceva dei lavoretti in giro; il fratello minore invece trafficava con degli strani personaggi in motorino, sempre occupato a trasportare carriole piene di materiali di scarto. Ogni tanto si univa alla combriccola un amico di famiglia, un uomo senza età che lavorava saltuariamente come imbianchino e che usava il bar come ufficio. Aveva un aspetto losco ma era gentile nei modi, spesso l’aiutava in casa in cambio di un pasto. A volte dormiva sul divano in sala, poi all’alba spariva.

Il postino suonò il campanello, Rina scosse la testa, firmò il registro, prese la raccomandata, l’ennesima ingiunzione di pagamento, e la mise sulla pila di bollette sulla mensola vicino al frigo.

Guardò l’orologio, erano già le 12.30, era curiosa di sapere che scusa avrebbero inventato i figli questa volta.

Apparecchiò la tavola, grattugiò la crosta di parmigiano, versò il riso nella pentola ricoprendolo a filo con il brodo, affondò la mano nella scatola di cartone, prese una manciata di lumache aggrovigliate tra loro e le lanciò nel brodo caldo.

Si versò un bicchiere di vino rosso, e si preparò un panino con il salame, a questo punto era chiaro che lei il risotto non l’avrebbe mangiato.

 

NOT TO BE CONTINUED

P.S. ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale

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