Well well well

Ogni anno, come sempre, vado a vedere la Biennale. Come ogni anno? Ma non si chiama Biennale? Appunto, si alternano le Biennali di Arte con quelle di Architettura.

Quest’anno, il tema della mostra erano le “Illuminazioni”, un titolo quasi diderottiano, con l’implicito gioco di parole tra illumina + nazioni…in realtà anche un omaggio alle “illuminazioni” di Rimbaud, nel senso di intuizioni o visioni raccontate.

Purtroppo le illuminazioni coinvolgono un panorama piuttosto lugubre. Del Padiglione Italia se n’è parlato anche troppo, ma devo ammettere che il richiamo agli uccelli di Hitchcock ha sempre il suo fascino. Ci sono delle eccezioni, sorprendenti le light boxes di Pipilotti Rist con la rappresentazione classica di Venezia, quasi stereotipata, immersa in paesaggi visionari subacquei. “Hippy Dialectics” di Nathaniel Mellors è un lavoro pieno di humour, due teste parlanti che si parlano sopra, ripetendo in continuazione “very interesting”, come se tentassero di convincersi l’un l’altro.

La Francia propone l’opera di Christian Boltanski, “Chance”, un’installazione sul caso e la relazione tra vita e morte. Nella sala “Essere di nuovo” scorrono sullo schermo i volti di 60 Polacchi neonati e di 52 Svizzeri deceduti, il visitatore schiaccia un bottone e improvvisamente compare sullo schermo l’immagine di un volto composto da fotogrammi diversi, se per combinazione le tre parti corrispondono allo stesso neonato, una musica annuncia che si è vinto l’opera. Nel frattempo in un’altra sala si continuano a contare quanti uomini muoiono nel mondo e quanti bambini nascono nel mondo. Ogni giorno nascono 200.000 bambini in più rispetto agli uomini che muoiono. Sulla locandina avvertono che per tutta la durata della Biennale sarà possibile giocare online, e mi chiedo chi abbia voglia di mettersi nei panni della dea bendata… Tutta la mia solidarietà alla guardasala costretta a sopportare il rumore assordante dei fotogrammi otto ore al giorno.

La Gran Bretagna ospita l’intervento invasivo di Mike Nelson, “I impostor”, vedendo la mostra si capisce subito perché. All’entrata la coda composta viene redarguita da una signorina che dà tre indicazioni preoccupanti: fa molto caldo, state attenti alle borse e alla testa. A quel punto si entra già titubanti, l’intero edificio è stato trasformato in una specie di bottega antica, un’enorme maquette claustrofobica con tanto di corte interna. Dopo pochi passi non si può fare a meno di desiderare l’agognata uscita.

Di fronte agli Stati Uniti troneggia un grande carro armato con un manichino che corre sul tapis roulant, dentro il padiglione una copia della statua della libertà distesa sul lettino abbronzante, alcuni reperti di sedili di aereo e un bancomat organo.

Il padiglione della Germania ha una delle installazioni più impressionanti che abbia mai visto, la creazione di una vera e propria chiesa, la “Chiesa della Paura” di Christoph Schlingensief, morto per un cancro ai polmoni poco prima della Biennale. È un lavoro veramente immane con la ricostruzione dettagliata di un’iconografia sacra con tanto di reliquario.

Il Giappone ha invece scelto come tema l’idea di una zuppa invertita, la “teleco-soup”, un’installazione in cui si ribaltano continuamente le relazioni tra acqua e cielo, fluido e recipiente. A parte alcuni bambini che si divertivano a tuffarsi nelle immagini onde, la sensazione destabilizzante resta indubbiamente la nota dominante. L’artista Tabaimo sostiene che la sua è una riflessione sulla “Sindrome Galapagos”, un tempo riferita all’incompatibilità tra la tecnologia giapponese e i mercati internazionali, oggi maggiormente al fenomeno della globalizzazione. Impossibile non pensare ai recenti cataclismi naturali e alle esplosioni nucleari.

La Svizzera accoglie i lavori di un incellofanatore seriale, non si può non rimanere colpiti dalla perizia con cui Thomas Hirschhorn avvolge ogni oggetto, con una predilezione per i telefonini. Titolo dell’opera “Crystal of Resistance”. Nel volantino l’artista scrive: “…voglio elaborare una forma che crei qualcosa di nuovo. Deve essere una forma che sostanzialmente renda possibile ‘pensare’.” Evidentemente devo ancora riflettere.

Quello che emerge in quasi tutti i padiglioni dei Giardini è un catastrofismo diffuso, un senso di devastazione onnipresente, come se l’arte, se non altro quella esposta, ci restituisse solamente un immaginario distruttivo quasi documentaristico. La visione reiterata di immagini di morte e distruzione provoca una sorta di depressione senza speranza che non lascia via d’uscita. Fortunatamente è una sensazione passeggera, basta sollevare lo sguardo, lo scorcio della laguna in lontananza è di una bellezza confortante, un paesaggio pieno di riflessi e di giochi di luce che allontana subito il malumore.

Alle Corderie disseminate di installazioni immerse nell’oscurità, la situazione migliora seppure lievemente. A volte si intravedono percorsi alternativi, la fatidica luce alla fine del tunnel. Bellissimi i teli illuminati di spighe di Giulia Piscitelli, e suggestivo il video dal titolo significativo “ghost” di Elad Lassry, con un fantasma, una presenza assenza che si muove con grazia indisturbata insieme agli altri ballerini. La stanza cromatica di James Turrell è un’altra attrattiva che ha sempre una paziente coda in attesa. Quasi al termine di un viaggio volutamente incerto, si arriva all’installazione di Christian Marclay, meritatamente premiata con il Leone d’oro. Un’oasi di pace, ci si siede su dei comodissimi divani bianchi dove si gustano montaggi di film scanditi da sequenze dove il tempo è protagonista insieme a noi. Le immagini cambiano ogni minuto, in modo che il nostro tempo coincide con il tempo dei film, e a quel punto tutto continua a scorrere in una rassicurante sincronicità speculare.

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