I cortocircuiti del cuore

 

 

 

 

In ogni secolo gli esseri umani hanno pensato di aver capito definitivamente l’Universo e, in ogni secolo, si è capito che avevano sbagliato. Da ciò segue che l’unica cosa certa che possiamo dire oggi sulle nostre attuali conoscenze è che sono sbagliate.

(Isaac Asimov)

Secondo il saggio sulle emozioni di Dylan Evans (1), la logica di Spock non è attendibile. Il Vulcaniano noto per la capacità di essere più razionale nelle sue valutazioni perché impassibile, è in realtà privo di un grande strumento conoscitivo: l’emozione stessa, utilissima per rettificare il giudizio. Alla luce di questa nuova interpretazione, Spock partirebbe già svantaggiato rispetto a un comune mortale o terrestre, risultando anche meno intelligente. Non solo, senza il feedback fornito proprio dalle emozioni non potrebbe sopravvivere a lungo ed evolvere.

Il neuroscienziato Joseph LeDoux ha individuato due percorsi paralleli rispetto all’emozione che corrisponde alla paura, il primo è la reazione immediata istintiva che di solito ci fa reagire tempestivamente di fronte al pericolo, il secondo invece stempera la reazione aiutandoci a riflettere sul modo migliore per affrontare la situazione. In caso di fobie, il secondo percorso non funziona più, si reagisce in modo spropositato perché si spezza il meccanismo di connessione tra le due visioni.

La vendetta, il senso di colpa, l’amore vengono invece classificate come emozioni cognitive superiori, relativamente recenti rispetto alle emozioni primordiali come la gioia, la paura, la sofferenza. Cominciarono a svilupparsi circa 60 milioni di anni fa, molto più tardi se paragonate ai 500 milioni di esistenza del cervello dei vertebrati.

Le cose cominciano a complicarsi quando a provare le emozioni non sono più gli uomini, ma le macchine, un tema ricorrente di moltissimi film di fantascienza (2001 Odissea nello Spazio, Blade Runner, Io Robot, etc…). Inevitabilmente l’emozione finisce per mandare in tilt la ferrea disciplina della macchina con un effetto deflagrante quasi sempre irreversibile.

La tendenza dell’informatica di questo nuovo millennio è sempre più orientata verso una maggiore umanizzazione dei computer. Non si è ancora arrivati ai modelli letterari e cinematografici, ma si stanno facendo passi da gigante nella sfera affettiva legata alla gamma di emozioni che un robot può provare. Al MIT stanno lavorando da anni alla programmazione di un robot emotivo, Kismet. Se tutto dovesse andare come previsto, entro il 2050 esisteranno robot in grado di interpretare il nostro stato emotivo e di interagire con noi. La Sony ha già progettato un robot giocattolo AIBO, capace di provare sei emozioni distinte: contentezza, tristezza, rabbia, sorpresa, simpatia e antipatia.

Impossibile non rievocare l’attesa struggente di David, il bambino robot interpretato da Haley Joel Osmond in Intelligenza Artificiale (2001), un soggetto di Stanley Kubrick, completato da Steven Spielberg.

Il film avrebbe meritato un destino diverso, se fosse stato diretto dal genio di Kubrick, ma offre comunque qualche spunto di riflessione, nonostante le frequenti cadute di gusto causate dal tentativo maldestro di riscrivere in chiave moderna la storia di Pinocchio. Quello che colpisce è che David viene programmato ad amare incondizionatamente la madre Monica, dimostrando una dedizione che non può essere umana e che non verrà ricambiata. La madre adottiva, preoccupata di mettere in pericolo il figlio naturale che si è inaspettatamente ripreso da una grave malattia, decide ben presto di sbarazzarsi del robot bambino. Commette un errore gravissimo, invece di riportarlo al centro robotico per essere distrutto, secondo la procedura consigliata in caso di restituzione di un prodotto non voluto, lo abbandona in un bosco, pensando che risparmiandogli la “vita”, il robot sia in grado di cavarsela, trattandolo come una macchina autonoma capace di badare a se stessa. David non si riprenderà mai più dal dolore di quel rifiuto, per quell’errore di programmazione continuerà ad aspettarla per sempre. Verrà ritrovato da altri robot, dopo duemila anni, imprigionato nel ghiaccio ed esaminato come un reperto tecnologico. La razza umana ormai si è estinta ma le macchine si sono talmente evolute che sono in grado di replicarsi e programmarsi da sole. Riescono a ricostruire la memoria di David e decidono di esaudire il suo desiderio, clonano la madre da una esile ciocca di capelli che il robot conserva ancora. David potrà finalmente trascorrere un giorno intero insieme alla “nuova” madre, prima di spegnersi per sempre. Il trauma dell’abbandono viene risanato con la realizzazione di quel desiderio che si è trasformato in ossessione, e David potrà andare “nel luogo dove nascono i sogni”.

Tutto ritorna a scorrere mentre la volatilità e l’imprevedibilità dei sentimenti umani continuano a sfuggire a ogni tentativo di catalogazione.

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(1) Dylan Evans, Emozioni, La Scienza del sentimento, Laterza, Bari 2004.

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