La solitudine delle monadi

L’anima è lo specchio di un universo indistruttibile.

Leibniz

Mi è capitato di rileggere una breve biografia di Leibniz (1646-1716), il filosofo che si cita sempre per le monadi, universi perfetti, unici e molteplici. Una vita spezzata da frequenti abbandoni e rinascite, cambi di residenze, illusioni, disillusioni, false partenze, nuovi inizi, involuzioni, evoluzioni.

Nato a Lipsia, il padre e il nonno entrambi professori universitari, attinge gran parte delle sue conoscenze dalla biblioteca di famiglia, proseguendo poi gli studi filosofici all’università della sua città di origine, specializzandosi in matematica e algebra a Jena – nomen omen – per poi laurearsi a sorpresa in giurisprudenza ad Altdorf, dove completa il dottorato.

Già allora capisce subito che l’ambiente accademico è troppo angusto per le sue capacità e comincia a viaggiare in giro per l’Europa, con l’aspirazione di fondare una scienza universale, che è anche finalizzata all’idea utopistica di creare un’organizzazione culturale e politica universale.

Entra nella società dei Rosacroce, e tramite il barone Boineburg, viene introdotto alla corte dell’Elettore di Magonza. Per quattro anni soggiorna a Parigi, dal 1672 al 1676, imparando talmente bene il francese da adottarlo come lingua dei suoi scritti. L’idillio dura poco, non riuscendo a trovare un incarico stabile, è costretto a ritornare dagli Hannover, prestando il suo servizio come bibliotecario di corte. Durante il viaggio, passando per Londra, conosce Newton, e all’Aja, Spinoza, che gli legge alcuni frammenti del suo manoscritto Ethica.

Rimane al seguito degli Hannover per più di vent’anni, ricoprendo vari ruoli, prima come storiografo di corte e poi anche come diplomatico. Viene scelto come consigliere segreto di Federico I di Prussia, di Pietro il Grande di Russia, che si rivolge a lui perché vuole adeguare il suo paese ai livelli “europei”, e diventa consigliere di corte a Vienna.

Nel 1714 quando Giorgio I di Hannover sale al trono come Giorgio I di Inghilterra la carriera di Leibniz è ormai giunta al capolinea. Il re non lo chiama a Londra, e nessuno tra i potenti per cui ha lavorato in passato si ricorda di lui. Nel 1716 muore in completa solitudine, al funerale presente solo il suo segretario. L’Accademia di Francia è l’unica istituzione che celebra i suoi meriti.

Tra le varie ingiustizie subite, non si può dimenticare la polemica con la Royal Society di Londra per aver scoperto per primo il calcolo infinitesimale, che invece viene attribuito a Newton. Leibniz aveva svolto la sua ricerca in modo del tutto autonomo, tra il 1675 e il 1676, pubblicandola però sei anni dopo, nel 1684. Giorgio I, in totale sintonia con la Royal Society, decide di non prendere in considerazione quanto asserito dal filosofo, e Leibniz non ottiene nessun riconoscimento.

Alla luce di tutte queste vessazioni, la descrizione del microcosmo delle monadi, risulta quasi commovente, il perfetto che contempla l’imperfetto:

si può dire, anzi, che ogni sostanza porti in sé, in qualche modo, il carattere della saggezza infinita e dell’onnipotenza di Dio, e lo imiti per quanto può: infatti essa esprime, per quanto confusamente, tutto ciò che accade nell’universo, passato, presente e futuro, e ciò ha una certa somiglianza con una percezione o conoscenza infinita

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