La libreria di Don Chisciotte

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Quando Don Chisciotte decide di partire all’avventura come cavaliere errante ha circa cinquant’anni, mortalmente annoiato dall’ambiente in cui vive, si rifugia spesso nella lettura. Bisognoso di nuova linfa, si inventa un altro mondo, si dà un titolo, nomina il suo cavallo “Ronzinante” per dargli un’aria più maestosa e inizia una seconda vita.

Alla prima uscita finisce per prendere un sacco di bastonate, viene trovato a terra dal contadino del paese e riportato a casa. Ormai è già entrato nel suo nuovo personaggio, parla una lingua che né la governante, né il curato e il barbiere che gli prestano i primi soccorsi riescono a capire; dall’inizio le versioni dei fatti non coincidono, da un lato il resoconto crudo del contadino, dall’altro, il racconto leggendario di Don Chisciotte di un incontro-scontro con dieci giganti. Nessuno lo prende sul serio, la governante lo mette subito a letto preoccupata che abbia perso la ragione, mentre il curato coadiuvato dal barbiere si mettono a perlustrare la sua libreria. Sono convinti che a ridurlo in quello stato siano stati i troppi libri letti. Cominciano a esaminare con cura i volumi nello studio con l’intento di fare un bel falò ed eliminare secondo loro il problema. Secondo una loro convinzione malsana, se Don Chisciotte smette di leggere, smette di inseguire chimere e tutto torna come prima.

La libreria invece è un’autentica sorpresa, Don Chiosciotte è un vero esperto di letteratura cavalleresca, più di cento libri sul tema, tra cui primeggiano le edizioni italiane dei poemi del Boiardo e dell’Ariosto, che nessuno dei due è in grado di capire, ma che fortunatamente vengono risparmiate.

Il curato, per quanto ottuso, ha una predilezione per i romanzi pastorali, la Diana di Montemayor di Alonso Pérez, I dieci libri della fortuna e dell’amore di Alghero Antonio de Lofraso[1]. Il barbiere, invece, salva i libri di poesie, il canzoniere di Lopez Maldonado, un libro dell’amico Cervantes, La Galatea[2] – un’autoritratto-cameo dell’autore nel testo – descritto come uno spiantato “più versato in disgrazie che in versi”, e soltanto altri tre scrittori spagnoli, che considera come massimi esempi del verso eroico: Don Alfonso d’Ercilia, Giovanni Rufo e Cristoforo di Virués.

Circondato da una mole impressionante di lavoro, il curato si rende conto che il compito è più impegnativo di quanto previsto, per cui cambia all’improvviso strategia, costantemente interrotto dai commenti del barbiere, che tanto ignorante non è, dà ordine di bruciare il resto dei libri a occhi chiusi, senza perdere ulteriore tempo, lanciandoli direttamente dalla finestra.

A questo punto piange davvero il cuore, ma c’è un finale insperato, anche il curato ha un lato sentimentale, quando vede che il barbiere tiene in mano una copia de Le Lacrime d’Angelica [3], titolo che significa ben poco per un lettore contemporaneo, ma che all’epoca era noto per essere la continuazione del nostro Orlando Furioso, si lancia in una difesa incondizionata: “Ah! sarei io che le piangerei – disse il curato sentendo il titolo – se avessi fatto bruciare un tal libro; perché il suo autore fu uno dei più famosi poeti non solo della Spagna ma del mondo, e fu felicissimo nelle traduzioni di alcuni miti di Ovidio.”[4]

Grazie ad Angelica per qualche secondo dimentichiamo l’ingiustizia del rogo, proprio come sosteneva Ovidio “possiamo imparare persino dai nostri nemici”.


[1] Il nome di Dulcinea pare che sia stato ispirato da questo romanzo, i due pastori si chiamano Dulcineo e Dulcina, Barcellona 1573.

[2] Il primo volume di un romanzo pastorale che venne pubblicato nel 1586, diviso in due parti, la seconda non vide mai la luce.

[3] Opera di Luis Barahona de Soto, Granada 1586.

[4] Capitolo VI, pp. 62-63, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Ferdinando Carlisi, Meridiani Mondadori, Maggio 2001.

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