Il risveglio di Filottete

Herakles as a boy strangling a snake. Marble, ...

Eracle da piccolo mentre strangola un serpente

Grazie a Pinkola Estés[1] mi sono messa a leggere una tragedia di Sofocle che non conoscevo, il Filottete. La storia ha una trama insolita, ma certo fa riflettere su una capacità spesso sottovalutata, l’empatia.

Filottete è un valoroso guerriero che è stato abbandonato sull’isola di Lemno da Odisseo e i suoi compagni, dopo essere stato morso da un serpente che gli ha procurato una ferita al piede che non solo non guarisce e gli provoca delle pene indicibili ma emana un fetore insopportabile. Nessun marinaio vuole attraccare su quell’isola vulcanica dall’aria irrespirabile.

Addolorato per il tradimento dei compagni con cui ha combattuto numerose battaglie, vive come un eremita dentro una grotta da ormai dieci anni, ha imparato a medicarsi da solo con una strana miscela di erbe che se non altro lo aiutano a sopportare il dolore, si procura da mangiare con le sue frecce, frecce potentissime, che gli sono state regalate da Eracle.

Odisseo incarica il giovane Neottolemo, figlio di Achille, a sbarcare nuovamente sull’isola per impossessarsi della faretra e dei dardi di Filottete, secondo la previsione dell’oracolo indispensabili per lanciarsi in un secondo assedio a Troia.

Il giovane accetta a malincuore di eseguire il compito ingrato ma quando arriva sull’isola e vede Filottete ridotto in uno stato di degrado totale che lo accoglie con il calore di chi ha bisogno di sentire una voce umana, si sente in colpa per quello che gli è stato suggerito dall’astuto Odisseo, macchiarsi di un’azione riprovevole, privandolo dell’unico mezzo di sostentamento che gli è rimasto: la caccia con le frecce miracolose.

Odisseo, che nel frattempo si è travestito da mercante, va a controllare che il suo compagno di viaggio porti a termine quanto concordato, non sente ragioni, le frecce devono essere rubate, mentre il maleodorante Filottete deve rimanere dov’è.

Il figlio di Achille intimato a compiere il furto a ogni costo, si pente amaramente, e dopo aver consegnato le agognate armi a Odisseo, ha uno scontro durissimo, è disgustato dalla scaltrezza del suo compagno. Decide di risolvere la situazione a modo suo, prende l’iniziativa, e restituisce i dardi invincibili al legittimo proprietario, sfidando l’ira di Odisseo, ordina a Filottete di seguirlo e di partire con lui per farsi curare dai sacerdoti di Asclepio.

Filottete è sempre più confuso, non si fida di chi l’ha già tradito, odia Odisseo che non ha dimostrato nessuna pietà nei suoi confronti, e vuole vendicarsi, ma Neottolemo lo conquista con parole disarmanti, che lo sorprendono, e gli dice:

“…Ti sono amico e così parlo…non inasprirti anche se soffri, caro.”

“Mi perderai, lo so, con i tuoi discorsi.” Filottete gli risponde, ma Neottolemo replica: “Io no; ma dico a te: non sai comprendermi.”[2]

Coglie nel segno, colpisce il bersaglio con una battuta fulminante e rivelatrice. Filottete è troppo chiuso nel suo dolore, non riesce a capire le parole dell’amico, prima di fidarsi degli altri, per aprirsi ancora una volta alla possibilità di una guarigione, deve passare attraverso una profonda comprensione di sé, sciogliere la rabbia che lo tiene ancorato a una amarezza che si autoalimenta e si consuma in un circolo vizioso che rievoca costantemente l’ingiustizia subita. Il ritorno a casa acquista un senso nuovo, nel momento in cui rappresenta un ritorno a sé. Filottete comincia a credere in una nuova vita quando Neottolemo gli fa da specchio e gli fa vedere un’alternativa.

Commovente e decisiva l’esortazione finale di Eracle ai due guerrieri:

“E sempre ricordate, devastandone i campi, di serbare la pietà degli dei: ché Giove padre più dimentico è forse di ogni cosa che non di questa. La pietà non muore con i mortali. Vivan essi, o siano corpi sepolti, non va mai dissolta.”[3]


[1] Donne che corrono con i lupi, Frassinelli, 1993. Molto di più di un libro, un autentico tesoro.

[2] p. 351 tratta dal Filottete, Sofocle, Il teatro greco, Sansoni, Firenze 1980.

[3] Ibidem, p. 353.

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