Tabula rasa

A volte si attraversano alcune fasi in cui è utilissimo fare tabula rasa, ricominciare tutto daccapo. Nel saggio magnifico dedicato alla storia dell’ombra di Victor I. Stoichita[1] ho scoperto un’incisione omonima di Vincenzo Carducci (1576?-1638), pittore di origine italiana emigrato in Spagna nel Seicento noto anche come Vicente Carducho. La Tabula Rasa illustrata (vedi fig.1) è contornata da una fascia di alloro, una scritta in latino di derivazione aristotelica potentia ad actum tanquam tabula rasa e in mezzo un pennello che proietta solamente la sua ombra. L’ombra diventa una sostituzione del segno, dell’atto creativo. La simbologia pare che sia stata ispirata da una citazione di Plinio il Vecchio nella Storia Naturale, un rimando alla costanza di tracciare almeno un segno al giorno di Apelle (Nulla dies sine linea). La proiezione dell’ombra come promessa di un’azione in divenire verrà ripresa anche nel ritratto che Carducci farà di sé (vedi fig. 2). Stoichita fa notare come l’ombra qui serva a rappresentare qualcosa che non esiste ancora, non una proiezione della persona ma un’intenzione. Il pittore francese Nicolas Poussin (1594-1665) si spinge oltre, in un celebre autoritratto, custodito alle gallerie del Louvre (vedi fig.3). L’artista non ha più in mano un pennello, ma un libro, un particolare importante perché allude alla teoria, al sapere, e sullo sfondo, una tela con un volto di donna, secondo gli studiosi l’impersonificazione della Pittura stessa: una donna di profilo con un occhio sopra la fronte del diadema, si intravedono due mani che l’abbracciano, che dovrebbero simboleggiare l’amore per la pittura stessa. Dietro il busto del pittore una tela incompleta con la scritta “effigie di Nicolas Poussin pittore di Les Andelys” e la data 1650, e una serie di cornici in successione. Il soggetto del quadro non è l’autoritratto in sé ma una riflessione sulla rassomiglianza, sul rapporto tra ombra e ritratto. Volutamente l’ombra sullo sfondo si riflette sulla scritta, su un quadro che non è ancora stato dipinto, un alter ego che rende omaggio alla rappresentazione stessa.

Ovvero 26 minuti in cui dare spazio a nuove idee…il pezzo lo trovate su youtube 😉


[1] Il Saggiatore, Milano 2008. Traduzione a cura di Benedetta Sforza.
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5 pensieri su “Tabula rasa

  1. Pingback: Alliterazioni | Branoalcollo's Blog

  2. ahh la poesia degli inizi!…
    ha molto a che vedere col silenzio elettrico e ardente che precede l’attacco di un qualsiasi brano musicale-

    E’ quell’attimo in cui abbbiamo il privilegio di essere aperti a tutto, come una pianura al crepuscolo. come un mare di notte. Su quel teatro s’accamperanno stelle, luna, pensieri, ricordi, ma l’attimo che li precede tutti, ha un’intensità disarmante.

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    • Ciao Marta, grazie 🙂 dipende…nella scrittura è un esercizio utile…a volte lo faccio, una tabula rasa ideale…cerco sempre di mettere un po’ di distanza tra me e le parole scritte, cambiare punto di vista…creare un vuoto creativo da riempire…

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