E li chiamano idilli

Frontispiece and title page from volume II of ...

Guardati dalla furia di un uomo tranquillo

John Dryden

A parte: Non capisco perché wordpress ha fatto sparire i commenti dalla bacheca, ora ogni volta che tento di leggerli vengo dirottata su “my activities” in una sorta di elenco onanista con la lista di tutti i commenti che ho fatto negli altri blog, di nessuna utilità se non posso leggere le risposte degli altri…

Inizio il soliloquio di questa settimana con una risata di John Dryden (1631-1700), poeta della Restaurazione inglese, in realtà quasi un idillio(1), una fuga rurale del poeta in compagnia della bella Silvia e del pastore Aminta, amorevolmente omessa dalle antologie letterarie.

1

Calma era la sera, e chiaro era il cielo

E nuovi germogli di fiori sbocciavano

Quando tutti soli Aminta e io andammo

A sentire cantare il dolce usignolo;

Mi sedetti, e lo posò vicino a me;

Riusciva a malapena a trattenere il respiro;

Poiché quando con timore, cominciò ad avvicinarsi,

Fu distrutto da un Ah ah ah ah!

2

Arrossì a se stesso, e stette fermo per un po’

Poi il suo pudore frenò il suo desiderio;

E subito piegai il suo timore con un sorriso,

Che aggiunse nuove fiamme al suo fuoco,

O Silvia, disse lui, sei crudele,

A tenere in ansia il tuo amore,

Poi ancora una volta affondò la sua mano nel mio petto,

Ma fu distrutto da un Ah ah ah ah!

3

Sapevo che la passione era la causa del suo timore,

E perciò ebbi pietà del suo caso:

Gli sospirai piano, che non c’era nessuno vicino,

E avvicinai la mia guancia al suo viso:

E quando cominciò a essere sempre più audace,

Un pastore si avvicinò e ci vide,

E come la gioia perfetta era iniziata con un bacio,

Esclamò forte Ahahahah!

Tutt’altra dimensione nella favola boschereccia del nostro Torquato Tasso, l’Aminta, rappresentata per la prima volta dalla Compagnia dei Gelosi nel 1573, diretta dall’autore stesso, dove Silvia sembra avere le idee chiarissime:

Faccia Aminta di sé e dei suoi amori

Quel che a lui piace: a me nulla ne cale;

e, pur che non sia mio, sia di chi vuole;

ma essere non può mio s’io lui non voglio,

né, s’anco egli mio fosse, io sarei sua.(2)

L’amica Dafne però convincerebbe anche un sasso:

Odi quell’usignuol

che va di ramo in ramo

cantando Io amo, io amo; e, se no ‘l sai,

la biscia lascia il suo veleno e corre

cupida al suo amatore;

van le tigri in amore;

ama il leon superbo, e tu sol, fiera

più che tutte le fere,

albergo gli dinieghi nel tuo petto.

Ma che dico leoni e tigri e serpi,

che pur han sentimento? amano ancora 

gli alberi…(3)

 

Silvia continua a negare, ma qualche verso dopo si capisce che il discorso le è piaciuto, la meta è ancora lontana, l’ironia svela un nuovo scenario, l’impossibile potrebbe essere plausibile:

 

Or su, quando i sospiri

udirò de le piante,

io sono contenta allor d’essere amante.(4)

E come dice Tasso “nel mondo mutabile e leggero, costanza è spesso il variar pensiero.”

 

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(1) Per chi fosse interessato alla versione in inglese dei versi di John Dryden, ecco il testo:

1

Calm was the even, and clear was the sky,

And the new budding flowers did spring,

When all alone went Amyntas and I

To hear the sweet nightingale sing;

I sate, and he laid him down by me;

But scarcely his breath he could draw;

For when with a fear, he began to draw near,

He was dash’d with A ha ha ha ha!

2

He blush’d to himself, and lay still for a while,

And his modesty curb’d his desire;

But straight I convinc’d all his fear with a smile,

Which added new flames to his fire.

O Silvia, said he, you are cruel,

To keep your poor lover in awe;

Then once more he press’d with his hand to my breast,

But was dash’d with A ha ha ha ha!

3

I knew ‘twas his passion that caus’d all his fear;

And therefore I pitied his case:

I whisper’d him softly, there’s nobody near,

And laid my cheek close to his face:

But as he grew bolder and bolder,

A shepherd came by us and saw;

And just as our bliss we began with a kiss,

He laugh’d out with A ha ha ha ha!

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(2) Aminta, Torquato Tasso, 1573, Atto I, scena I, vv. 101-105.

(3) Ibidem, vv. 140-151.

(4) Ibidem, vv. 167-169.

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4 pensieri su “E li chiamano idilli

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