Venezia #7: Sant’Erasmo

I te ciava to mama e to popà

No i fa mia posta, ma i te ciava

Luigi Meneghello che traduce in veneto Philip Larkin[1]

 

 

Si arriva all’isola verde di solito per andare a mangiare fuori con la scusa di fare una gita fuori porta, e bisogna proprio volerlo, i vaporetti non passano frequentemente, ma nelle giornate di primavera, riscaldate da un sole tiepido, il viaggio in laguna è piacevole. Certo se si pensa al martirio di Sant’Erasmo ritratto in un celebre quadro di Nicolas Poussin, in cui due soldati romani gli strappano gli intestini, banchettare sembra quasi un sacrilegio, ma si sa che noi italiani raramente rinunciamo a un pasto, come ricorda Campo Santa Margherita all’ora dell’aperitivo con i suoi bar affollati che si affacciano sull’unico edificio isolato in mattoni al centro del campo, la famigerata “casa del boia” e il dettaglio sinistro nella bitta di pietra, un tempo ceppo per le esecuzioni, poi utilizzata per battere il baccalà dai venditori di pesce del mercato, in completa dimenticanza dei drammi del passato.

Oltre ai famosi orti dove si coltivano frutta e verdura, a tratti la vegetazione diventa selvaggia, piena di piante che crescono spontanee, arbusti di laguna, fiori di campo. Nulla a che vedere con i giardini inglesi pettinati, dove sedersi a terra sembra quasi un gesto di scortesia al prato, qui l’erba cresce liberamente, in certe aree persino rada, poi quando meno te l’aspetti senti un po’ di confusione, e come un segugio ti fai guidare dall’odore di fritoin e dalla risate fragorose di chi sta brindando in compagnia. Hai camminato talmente tanto che hai una fame da lupi, in pace con te stessa, soddisfatta della visita alla Torre Massimiliana, una fortezza in uso nella seconda guerra mondiale, abbandonata per anni, usata come deposito da un agricoltore locale, e ritornata in vita grazie a un restauro voluto dal Magistero delle acque.

Molti sono arrivati con le loro barche, tu invece dipendi dagli orari dell’ACTV, e un po’ ti dispiace, quando vedi che i tuoi vicini di tavola si allontanano felici sulle loro imbarcazioni, con le guance arrossate per il vino e il sole. C’è sempre qualche straniero paonazzo che si legge un libro, titolo incomprensibile in lingue nordiche piene di consonanti, accompagnato da una Valchiria con le gambe massacrate dalle punture delle zanzare, tu nel frattempo hai già divorato tutti i grissini, e ti sei messa a tentare di fare un aeroplano con il tovagliolo di carta, bruttissimo con le ali asimmetriche, poi il tuo compagno ti strappa il tovagliolo di mano per farti vedere come si fa.

Accenni un lieve sorriso ma lo sguardo comunica tutt’altro, lasci planare l’aeroplano di carta sotto la sedia, mentre ti fingi impegnata a controllare i messaggi sul telefonino. L’arrivo della cameriera rompe il silenzio forzato, e già l’annuncio “frittura mista” ti mette immediatamente di buon umore, unica musica di sottofondo il tintinnio felice delle posate, poi d’improvviso per garanzia animale / l’anima sempre torna sempre uguale[2]

 

 

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[1] “They fuck you up, your mum and dad/They may not mean to, but they do”, tratti da This be the verse (1971).

[2] Poi d’improvviso, Patrizia Cavalli.

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