Venezia #10: San Marco reloaded

Passando davanti al Ponte dei sospiri, che collega Palazzo Ducale all’edificio che un tempo ospitava le prigioni, il pensiero va immediatamente al coraggio di Casanova, che calandosi con una fune dal tetto di un abbaino riuscì a evadere dai Piombi scappando in gondola. Una missione che sarebbe stata quasi impossibile senza l’aiuto decisivo di qualche guardiano corrotto, ma del resto lui stesso sosteneva che: “nelle grandi imprese ci sono sempre dei particolari decisivi, che, se si vuole riuscire, si devono curare di persona.” A quanto pare non un problema per un seduttore come lui che, una volta salvo, decise di scrivere la storia della sua vita perché stanco di raccontarla a voce.

Inutile dire che Casanova amasse particolarmente l’azzardo, all’epoca a Venezia c’erano molti “ridotti”, locali in cui ci si ritirava fino a tarda notte a giocare e non solo, in piacevole compagnia. Il carnevale durava sei mesi, che ora sembra quasi un’eternità per chi come me si tiene lontano dalle maschere, e si giocava moltissimo, giochi che sono spariti quasi del tutto, la bassetta, un gioco d’azzardo semplice in cui si doveva puntare una somma di denaro su una carta prima di farla estrarre al banco – un salto nel buio – il faraone, pare il preferito anche di Maria Antonietta che dilapidò una fortuna, una scommessa quasi sempre in perdita su più carte nella stessa mano, il biribissi, dal suono simpatico che fa quasi solletico, una lotteria con figure, e lo sbaraglino, di cui Casanova era un esperto, con un nome che già non prometteva bene, liquidato in poche righe dall’Accademia della Crusca: “Giuoco di tavole, che si fa con due dadi, e chiamasi anche Sbaraglino lo Strumento, sul quale si giuoca.” L’aggiunta di una nota di Francesco Berni lo fa sembrare quasi una calamità: “S’io perdessi a primiera il sangue, e gli occhi, non me ne curo, dove a sbaraglino rinnego Dio, s’io perdo tre baiocchi.”

Un Ridotto famoso si trovava proprio dietro Piazza San Marco, dipinto in un quadro di Pietro Longhi lievemente enigmatico, figure in tabarri neri con il viso coperto da bautte bianche e dame anonime con vesti broccate, un bambino arlecchino vicino a una ragazza di cui si intravedono i capelli chiari con il viso parzialmente nascosto da una moretta di velluto nero, chiamata anche maschera muta perché la forma circolare aderiva alla faccia grazie a un bottoncino che si teneva in bocca. La scena è ricca di dettagli rivelatori, grandi lampadari candelabri, carte da gioco sparpagliate sul pavimento, ai lati due tavoli animati da giocatori, sullo sfondo quadri nei quadri, con un ritratto di Venere.

Il palazzo ora è diventato un hotel, il gran salone ha il soffitto affrescato con una balaustra circolare intorno al piano superiore, impossibile non entrare. Dello spirito di Casanova nemmeno l’ombra, ammiro gli stucchi sorseggiando il mio cocktail, in sottofondo una specie di lounge music rococò, un potente antidoto contro la sindrome di Stendhal. Uscita da calle Vallaresso visibilmente di ottimo umore ritorno verso Piazza San Marco, un saluto veloce al “Leon”, in cima alla colonna che insieme a quella che ospita San Teodoro trionfante sopra un drago segnavano l’ingresso a Venezia via mare, per scaramanzia rispetto la tradizione di non camminare nello spazio che le separa, un tempo luogo di esecuzioni e area dove era consentito il gioco d’azzardo, una combinazione letale, pax tibi Marce, e non so se per merito del cielo indaco o del gin tonic mi sento serenissima.

 

 

 

 

 

 

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