I paradossi dell’anafora

Dante Alighieri, detail from a Luca Signorelli...

Dante Alighieri, dettaglio di un affresco di Luca Signorelli, nella Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto.

È proprio il caso di dirlo qualche volta è utile ripetere le cose, come ricorda una figura retorica ampiamente utilizzata, l’anafora, dal greco “ripetizione”, da anaphérõ, io ripeto, semplicissima, basta impiegare la stessa parola, o anche più parole, all’inizio di almeno due frasi successive. Esempio colto citato dallo Zingarelli, l’immancabile Dante:

s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

s’io meritai di voi assai o poco

(Inferno, XXVI, 80-81)

Un suo sinonimo è l’epanafora, che suona un po’ come una sua versione paracula, ma è un altro modo per dire la stessa cosa. Sono inevitabili invece le variazioni da un punto di vista linguistico segnalate dall’epanafora, quando si riprende un elemento del discorso già menzionato con un altro termine per evitare i doppioni, e qui vengono in mente ore perse a tentare di non usare espressioni già usate in precedenza. Un classico che ricorre nei temi letterari, quando al posto di Dante, si usa il “vate”, il “sommo poeta”, per intenderci meglio. Diventa evidente quando si usa troppo spesso il pronome “egli”, egli intendeva dire…egli descriveva…egli rivisitava…di rara bruttezza, giusto per non scrivere “Dante” centinaia di volte nello stesso saggio.

Curiosamente quando si passa al linguaggio parlato, ecco che l’anafora comincia a essere un campanello d’allarme preoccupante. Se qualcuno ti ripete la stessa cosa due volte, basta solo un accenno, lo stoppi immediatamente con un annoiato, “sì, me l’hai già detto”, se è tua madre a farlo, scatta subito l’accusa di rincoglionimento acuto.

Immancabilmente c’è anche la deriva folle, la reiterazione di una frase che ti mette di fronte al pericolo, “Ma dici a me? Dici a me? Con chi stai parlando? Stai parlando con me eh?”, rivivi la scena di De Niro alienato che parla da solo davanti allo specchio in Taxi Driver, e ormai sai che non c’è nulla da fare. Inutile opporre obiezioni, meglio concentrarsi sui dettagli della fuga.

Antidoto speciale e rassicurante sono i versi bellissimi della poetessa polacca Wislawa Szymborska in Nulla accade due volte, né accadrà:

Nulla accade due volte,

Né accadrà. Per questo motivo

Si nasce senza esperienza,

Si muore senza abitudini.

Anche se fossimo gli studenti più ottusi

Del mondo non avremo lo stesso inverno,

Né la stessa estate.

Nessun giorno sarà uguale,

Non ci sono due notti uguali,

Né due baci simili,

Nemmeno due sguardi uguali.

Ieri, quando qualcuno ha pronunciato

Ad alta voce il tuo nome,

È stato come se cadesse

Una rosa da una finestra aperta.

Oggi, che siamo insieme,

Ho rivolto il viso al muro.

Rosa? A cosa assomiglia una rosa?

È un fiore? O forse è una pietra?

Perché tu, ora malvagia, ti confondi

Con un’ansia non voluta?

Se lo fai – allora devi andare via.

Passerai – e allora sarà bello.

Sorridenti, abbracciati,

Cercheremo di trovare un accordo,

Anche se siamo diversi l’uno dall’altra

Come due goccia di acqua. [1]


[1] La poesia è una mia traduzione dall’inglese da questo sito http://dailycandor.com/szymborskas-nic-dwa-razy-nothing-twice/

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8 pensieri su “I paradossi dell’anafora

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