Rifiuti e rifiuti

Venerdì scorso, come d’abitudine, mi sono messa a leggere il Venerdì di Repubblica, ormai trovo più interessanti i supplementi delle notizie, tra i vari articoli che di fatto servono a promuovere libri e prodotti vari, mi ha colpito l’intervista di Giuliano Aluffi a Scott Turow [1] in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Identici, salutato come il suo nuovo best seller. Di Turow non ho letto nulla – ricordo male il film con un Harrison Ford preoccupato in Presunto Innocente – e quindi il giudizio è totalmente spassionato, mi è sembrato una vecchia volpe molto simpatica. Quando parla delle lettere di rifiuto delle case editrici mi ha fatto venire in mente le inevitabili lettere di presentazione, una volta obbligatorie in Inghilterra per cercare lavoro, quando c’era. Ne scrivevo talmente tante che alla fine ero diventata brava, sapevo esattamente cosa bisognava dire per attirare l’attenzione, e venivo sempre scelta tra i potenziali candidati. I colloqui poi erano sempre una grande delusione: uffici nella periferia londinese, moquette che puzzavano di muffa, arredi da catalogo di infima categoria, salari miseri come gli arredi, intervistatori che ti guardavano dietro ai loro fondi di bicchiere in un luogo di lavoro accogliente come il deserto e quando ti chiedevano seri, “lei cosa può fare per noi?”, ti sentivi con le spalle al muro, perché eri stato capace di fingere fino a quel punto, ma non fino alla certezza dell’auto-inganno…”Nulla”, pensavi, “qui c’è solo da alzare i tacchi e chiudere la porta per sempre”, a tradirti non erano state le parole, ma lo sguardo arreso. Rispondevano puntualmente con una lettera che fingeva di commentare l’incontro, e che si chiudeva con il solito “grazie, la terremo tra i nostri archivi” – sottinteso “per sempre”. Non ti avrebbero richiamato mai più, ma quella finta porta aperta era un modo gentile per indorare la pillola, quello che in inglese si chiama “a nice touch”. Turow racconta nella scia del sogno americano mai spezzato, che dopo aver ricevuto 25 lettere di rifiuto al suo romanzo di esordio The way things are, cominciò a preoccuparsi sul serio e decise di cambiare strategia. E chi lo spinse a farlo? La stroncatura di un giovane editor, Jonathan Galassi, ora incorniciata in un quadro, “Non penso che la situazione o i personaggi siano sufficientemente interessanti.” E per sua stessa ammissione non aveva nemmeno torto, l’argomento non era tra i più appassionanti, condannare la penosa situazione dei contratti di affitto e dei requisiti per ottenere l’abitabilità, la pesantezza degli inizi. Meglio cambiare aria, si iscrive alla Facoltà di Legge, diventa prima avvocato e poi pubblico ministero, relega la scrittura al tempo libero, con in mente un obiettivo ben chiaro, “puntare ai grandi numeri”. Nella ricostruzione del suo passato non poteva ovviamente mancare l’aneddoto sui primi lavori da giovane inesperto. Come vuole tradizione a diciotto anni fa il postino per un’estate, pagato a ore, deve lavorare cinque ore di mattino ma lui fa tutto in tre, e le rimanenti due va in biblioteca a leggere. Che libro prende in prestito? L’Ulisse di James Joyce. C’è però un particolare che lo sorprende, ogni volta che torna in biblioteca, il libro è sempre disponibile, lasciato a prendere polvere sugli scaffali, è evidente che il libro più importante del Novecento non se lo fila nessuno. E allora Turow sogna per sé un destino diverso, essere letto da tutti, ma davvero da tutti, alla faccia dello sforzo immane di Joyce, riuscire a completare un non-romanzo, raccontare non raccontando, eliminando qualsiasi aspettativa concettuale per assumere la forma di una sperimentazione epica. Un “classico” che continua a essere non letto, usato come ferma porte volendo.

Turow invece vuole vendere e fare soldi con quello che scrive, simple as that, in fondo quello che il sogno americano continua a chiedere, qualsiasi cosa tu voglia fare, deve produrre soldi, e se ti poni un obiettivo, lo devi raggiungere a tutti i costi. Ci vendono Identici come una rielaborazione del mito dei Dioscuri, non so…l’astuzia di Ulisse in qualche modo torna a essere utile.


[1] Numero 1347 del 10 Gennaio 2014, pp. 95-97.

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