Midnightwalker di Domenico Cosentino

Midnightwalker di Domenico Cosentino

Illustrazione in copertina di Rosa Tiso

Palladino Editore, Aprile, 2014

http://www.domenicocosentino.it

AB, © Rosa Tiso

Il titolo anticipa in modo efficace il tema della nuova raccolta di micro narrazioni di Domenico Cosentino, in un arco di tempo che va dal 2010 al 2013, dove il protagonista è il paesaggio, prevalentemente notturno, non solo metropolitano, spesso si tratta di paesaggi interiori, sguardi che si perdono e si ritrovano anche grazie alla rielaborazione di ricordi, dove il tempo riflette un passato che riaffiora sempre, flashback improvvisi riordinano i pensieri secondo combinazioni inaspettate, dando luogo a nuovi spazi emotivi.

Sulla copertina osserviamo lo skyline grigio popolato da palazzoni e gru di costruzioni attraverso un vetro bagnato da una pioggia sottile, grazie al formato, piccolo come una moleskine, “il cuore si porta in tasca”[1]. Il libro si apre con i versi saggi di Kostantinos Kavafis, Termopili, un invito a non cedere anche di fronte alla sconfitta certa, difendere le proprie convinzioni nonostante l’agguato di traditori insidiosi:

…mai dal loro dovere essi recedono;

in ogni azione giusti e retti,

con dolore, peraltro, e compassione;

se ricchi, generosi; anche nel poco

generosi, se poveri; solerti

a soccorrere gli altri più che possono,

capaci solo di verità,

senza neppure odio per chi mente.

Se a tratti il panorama è scoraggiante, e l’impatto con il dolore arriva come uno schiaffo, c’è sempre un dettaglio che aggiunge alla sofferenza una verità disarmante:

…alcune vite sono così, ti si azzeccano addosso e sono pesanti, come quelle coperte militari infeltrite, che aveva mio nonno. Utili solo quando ne hai bisogno, e quando non ti servono più le nascondi in un armadio dove nessuno potrà mai vederle. A volte ti vergogni di quelle coperte.

(The losing kid, pp. 78-79)

La musica si mescola alle parole, al fumo delle sigarette, alle sbronze, ai kilometri percorsi in auto, ai caffè consumati osservando visi e gesti di sconosciuti; le immagini si susseguono come in un blues, il canto che racchiude in un colore lo stato d’animo malinconico e sospeso, sotto un cielo distante, per dare spazio a una voce rauca che si scioglie in un lamento, in un loop che non trova pace, in cui si intrecciano affetti, racconti del nonno partigiano, lutti, delusioni, paure, abbandoni, rimorsi, amplessi, note di Lester Young, John Coltrane, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Neil Young, Tom Waits, locali parigini, un amore mai dimenticato, e allora il blu si illumina di azzurro, degli occhi chiari di una donna, di fiori viola di lavanda, ci accompagna in queste passeggiate attraversando fiumi di sensazioni inondate dall’arancione del frutto dei meloni, del sapore vitale dei mandarini, del richiamo prepotente del desiderio.

I vecchi sono gli autori inconsapevoli di massime recitate quasi per coprire la nostalgia di altri destini, mentre la solitudine accomuna altre solitudini, e il viaggio continua in un posto in cui essere finalmente te stesso, “guardarti allo specchio e non abbassare gli occhi”, confonderti tra le cose preferite.

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[1] L’espressione è tratta da una poesia en plein air di Frank O’Hara, A Step away from them (1956), quando parla del libro di poesie di Pierre Reverdy che porta sempre con sé.

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