Le interviste possibili: XIV. Matteo Guarnaccia

Il quattordicesimo appuntamento con le interviste possibili ha come guest star Matteo Guarnaccia, artista, scrittore, performer, storico del costume, curatore di mostre, organizzatore di eventi, critico d’arte; ha pubblicato numerosi saggi sulle avanguardie storiche, sull’immaginario psichedelico, le culture arcaiche, ha esposto in Italia, negli Stati Uniti, in Giappone, Olanda, Spagna, Germania, Svizzera, ha partecipato a diversi progetti musicali, con la Toast Records per la compilation dell’album Oracolo (1989) e con la band di rock italiano Timoria in occasione di “El Topo Happening” (il 17 dicembre 2001 al Leoncavallo di Milano), è uno dei pochi italiani citati nel prestigioso volume Art of Modern Rock (Grushkin & King, 2004) e in molte pubblicazioni internazionali – ha disegnato le copertine dei dischi di Donovan, Byrds, Garybaldi, Hush. Tra i suoi ultimi scritti, Sciamani. Istruzioni per l’uso (Shake Edizioni, 2014), onorata di incontrarlo.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Un prosecco, uno spritz, una polibibita, tè, caffè, a te la scelta…

Grazie per l’invito, complimenti per l’arredamento e l’atmosfera rilassata. Se possibile gradirei un tè al latte, magari con qualche biscottino.

Grazie a te…benissimo, preparo il tè…con i biscotti se sei d’accordo andrebbe bene un English Breakfast, volendo ho anche un Assam, più aromatico… Partiamo subito con la musica, collabori spesso con gruppi e musicisti, alla luce delle tue esperienze negli anni selvaggi della sperimentazione, si può ancora parlare di cultura underground o è una rivisitazione?

Con il passare del tempo sono arrivato alla conclusione che non ha senso parlare di cultura underground, esiste solo una cosa che si chiama cultura, ovvero tutto quello che ci aiuta nell’evoluzione del nostro essere e nella comprensione del mondo (o meglio dei mondi), stadio dopo stadio, forma dopo forma, spazio dopo spazio, incontro dopo incontro. In una lunga teoria di poesie, musiche, film, storie che modelliamo e ci modellano. Nei momenti pericolosamente selvaggi ma anche in quelli di educato ascolto. Alto e basso, sotto e sopra, sono concetti da utilizzarsi con attenzione solo in precisi contesti storici per comodità, per capire in che parte della mappa ci troviamo, oppure nel processo infantile di marcatura del territorio. L’underground è stato il bozzolo di mille farfalle meravigliose che sono trasmigrate in altre aree, non un luogo da difendere e in cui barricarsi. Adoro Audrey Hepburn e Fred Astaire in “Funny Face” tanto quanto William Burroughs in “Chappaqua”, due film girati nella stessa città, Parigi.

L’apparente tendenza alla trasgressione di certe mode, include un aspetto contraddittorio, appartenere a una famiglia di stili codificati, che determinano il gusto e precise scelte etiche, per poi essere irrimediabilmente ingabbiati in un contesto storico di riferimento. Come si diventa ribelli con stile?

Il Grande Timoniere diceva che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Quando ci si accomoda alla tavola del potere, essere ribelle non significa mangiare con le mani, pulirsi le scarpe con la tovaglia per farsi notare dall’ospite. Essere ribelle significa far levitare la sala da pranzo, sfilare la tovaglia lasciando intatta la disposizione delle stoviglie. Il ribelle è un alchimista che trasforma il giubbotto di cuoio, il ciuffo, lo stivaletto, in un processo esperienziale. È un romantico che percepisce la lontananza della vita dalla realtà consensuale in scena, uno che propone un modo sempre nuovo per riappropriarsene – e nel processo s’innamora della vita stessa. È questo amore, anche nella sua forma più fou, scombiccherata, che rende elegante il ribelle.

In una tua lezione sulla creatività contemporanea alla Naba, La Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, parlavi della necessità di non accettare il copione già pronto, e di mettersi in ascolto della propria voce interiore, di andare alla ricerca della antica balena bianca nel mare magnum delle esperienze e saperla reinterpretare in modo diverso. Qual è stato il tuo rapporto con le istituzioni, i luoghi formali del sapere?

È un rapporto complicato, perché esistono le persone e poi esistono le regole, con tutti i totem e tabù del caso. Con la mia ricerca mi sono guadagnato il rispetto di molti ambienti – anche insospettabili – pur rimanendo un alieno rispetto ai meccanismi consolidati. Quando occorre un abile derattizzatore per il Palazzo Reale, non si segue più la trafila, si può anche finire a chiedere consigli a un pifferaio.

Nei tuoi disegni i corpi femminili sono sempre sensuali e bellissimi, le sciamane assomigliano a delle fate, un nobile gesto di riconoscimento dell’energia femminile, dell’arte come coscienza e mappa dell’evoluzione dell’essere. Lo sciamano diventa eroe del limite, mistico e performer totale. Come ci si prepara a questo volo cosmico?

Serve il tempo, e come insegnano i Rolling Stones, “il tempo è dalla nostra parte”. Bisogna avere pazienza, come nella nobile arte del corteggiamento, come i pigmei che passano giorni ad aspettare la preda nella foresta, diventando tutt’uno con essa, magari anche dimenticandosi il motivo per cui si trovano lì. È necessario lavorare alacremente per sciogliere (e spezzare se è il caso) le catene dei condizionamenti: ambiente, famiglia, cultura. È esattamente come quando ci si prepara per andare a letto, ci si spoglia, si svuota la vescica, le tasche e la mente, ci si lava. Solo dopo questi preparativi ci si può sollevare da terra. È un gioco da bambini, un’occupazione da donne.

Sì, come hai ben sottolineato, un talento che bisogna saper coltivare…

Quale video hai scelto per noi e perché?

Vi propongo il grande artigiano visionario Jiri Trnka, con la sua stregata versione di “A midsummer night’s dream”. Una narrazione visiva magistrale e piena di poesia. Mi sembra giusto ripescarlo dall’oblio…mettetevi comodi!

E noi ce lo guardiamo molto volentieri – avverto i lettori che è possibile vedere le altre parti del film con sottotitoli in inglese su youtube – un vero piacere ascoltarti, grazie Matteo.

 

 

 

 

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5 pensieri su “Le interviste possibili: XIV. Matteo Guarnaccia

  1. Pingback: Christmas begins | Branoalcollo's Blog

  2. È proprio vero quel che dice il tuo ospite; spesso ci si sforza per sottolineare questa o quella ‘cultura’, ma resta di fatto che la Cultura è un unico grande cappello sotto la cui egida si produce bellezza, etica e valori.

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