Altri luoghi: La carta e il territorio di Michel Houellebecq

Prima o poi quasi tutti gli scrittori si cimentano in un romanzo in cui il protagonista è un artista, un classico che implode ed esplode in altri territori, è il caso di Jed Martin, fotografo, dagli oggetti ai paesaggi senza soggetti, alle mappe delle guide Michelin, a ritrattista, quadri degnamente presentati già dai titoli Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica, sottotitolato La conversazione di Palo Alto, Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte – mai terminato e finito a brandelli – Il giornalista Jean-Pierre Pernaut anima una riunione redazionale, e una gemma inaspettata, Michel Houellebecq scrittore, coup de theatre alla Hitchcock, solo che qui lo scrittore non figura di sfuggita come un cameo ma ha ruolo fondamentale, una guida inconsapevole ai mutamenti creativi di un talento in divenire. Un romanzo con saggio sull’artista, un giallo, un’esplorazione emotiva sulla famiglia e le relazioni sentimentali, padre architetto affermato ma figura silente e indaffarata – non si è mai ripreso dal suicidio della moglie – una vita confusa e solitaria animata da brevi incontri con escort e una donna per cui perdere la testa, un dono che non si è in grado di accettare, la felicità differita.

Questo per chi lo vede dall’esterno, un mondo interiore che cozza con un paesaggio esterno fermo nei suoi rituali borghesi, le incombenze sociali, un ambiente artistico con tutte le sue finzioni e impersonificazioni grottesche, a tratti meschine e imbarazzanti in cui si deve fare finta di essere quello che non si è, sdoppiandosi in un avatar accondiscendente, o in una caricatura di misantropo da esibire alle feste, scontroso ma presente. La noia rimane un elemento fondamentale, scatena piccole rivoluzioni improvvise, molti inferni creativi – le vere autentiche gioie – che divorano tutto il tempo a disposizione e per questo lo rendono sopportabile.

“Essere artista significava innanzitutto essere sottomesso. Sottomesso a messaggi misteriosi, imprevedibili, che si dovevano dunque definire “intuizioni” in mancanza di meglio o in assenza di ogni credenza religiosa; messaggi che comunque comandavano in maniera imperiosa, categorica, senza lasciare la minima possibilità di sottrarvisi – a meno che non si volesse perdere ogni rispetto di se stessi. Tali messaggi potevano implicare la distruzione di un’opera, addirittura di un intero complesso di opere, per imboccare in una direzione radicalmente nuova, o talvolta per rimanere senza alcuna direzione, senza disporre del minimo progetto, della minima speranza di continuazione.” [1]

Una condizione che inevitabilmente riporta le fotografie degli esordi di Jed Martin a un nichilismo che non lascia spazio che al paesaggio, sfondi senza figure, assenze eteree. Grazie ai ritratti quel cerchio si può chiudere.

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[1] Michel Houellebecq, La carta e il territorio, 2010, Bompiani, p. 88. Traduzione di Fabrizio Ascari.

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