L’Epifania del Fuoco

È arrivato il momento di affrontare la lettura della trilogia incompiuta del Melograno di Gabriele D’Annunzio. La prefazione coltissima nell’edizione Oscar Mondadori è a cura di Anco Marzio Mutterle, che in tempi lontani è stato mio professore di Letteratura Italiana a Ca’ Foscari. La stesura del romanzo è stata sofferta, la variazione del titolo già dice molto. Leggendo la fitta corrispondenza con gli editori, prima si doveva chiamare La Sublime Avventura, poi La Grazia per approdare al titolo finale Il Fuoco (1897), il fuoco di una passione che lascerà il segno. D’Annunzio si fa trascinare così tanto dalla forza dirompente del fuoco che i due romanzi successivi si perdono lungo la via, La Vittoria dell’Uomo (o La Corona) e Il Trionfo della vita.

C’è chi ha visto nella descrizione di un amore durato meno di un anno un parallelo tra la Foscarina – l’attrice nel romanzo – ed Eleonora Duse – l’attrice nella vita del poeta – che forse non gradiva essere riconosciuta in modo troppo plateale. Gli eteronimi nella finzione lasciano ampio spazio all’immaginazione, Stelio Èffrena indubbiamente è l’ideale di artista al quale D’Annunzio aspira, tutto concentrato sulla realizzazione della sua opera anche a scapito delle donne che gli stanno accanto e che attivano possibili flussi narrativi.

Il primo capitolo si apre in uno scenario straordinario, la sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, in un linguaggio ormai troppo distante per i nostri geroglifici quotidiani ma da cui si capisce che l’adulazione funziona sempre. È Stelio che vuole essere al centro di quel quadro magnifico.

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