La Chiesa di Auvers e il riflesso di Van Gogh

La stampa di questo quadro di Van Gogh (1890) è stata per anni appesa nel corridoio della mia vecchia casa di Udine. All’epoca mi limitavo a fissare il riflesso sul vetro, mentre tentavo di chiudere la porta che tagliava il corridoio in due, facendo attenzione al filo del telefono, che poi si arricciava in spire contorte che bisognava rigirare nel senso inverso per rimettere la cornetta apposto. Non che avessi quali segreti da nascondere, solo pudore.

Quel quadro invece ha un cielo che già dice tutto. In mezzo a un campo, c’è una chiesa deformata, davanti una figura che ci dà le spalle in direzione di un bivio che poi diventa un circolo vizioso, perché a guardare bene, se si procede verso destra si vede una casetta sullo sfondo, e poi se si rifà il giro si ritorna al sentiero iniziale percorso dalla donna che non si sa dove stia andando, la strada si arresta davanti a noi.

Vincent è appena rientrato da Parigi dove è andato a trovare il nipotino Willem, figlio dell’adorato fratello Theo, e ha abbandonato la Provenza per stabilirsi in questo paesino del Nord, a pochi chilometri da Parigi, dove risiederà gli ultimi settanta giorni della sua vita.

Ho fatto un grande quadro con la chiesa del villaggio, in cui la costruzione sembra violacea, contro un cielo blu profondo e piatto di puro cobalto; le vetrate sembrano delle macchie blu oltremare, il tetto è violetto e in parte arancione.

Le dita tracciano i solchi dei campi in fiore invasi da una luce rosa, in parte oscurati dall’ombra proiettata dalla chiesa con le sue vetrate cupe. In questo periodo Vincent si mette a rileggere Shakespeare – il libro è un regalo del fratello – riprendendo in mano i suoi drammi storici, tra cui l’Enrico IV e l’Enrico V:

“But what touches me in it, as in the work of certain novelists of our time, is that the voices of these people, which in Shakespeare’s case reach us from a distance of several centuries, don’t appear unknown to us. It’s so alive that one thinks one knows them and sees it”.

(Ma quello che mi colpisce in esso, come nell’opera di alcuni romanzieri del nostro tempo, sono le voci di queste persone, che nel caso di Shakespeare arrivano a noi da una distanza di parecchi secoli, e non ci sembrano sconosciute. Così vivo che uno pensa di conoscerle e vederle.)

E quell’incitamento accorato di Enrico V “We happy few, band of brothers” con un esercito di forze esigue che si trovano a combattere unite nel giorno di San Crispino ha ancora più senso…

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