Oltre il nero #1

Di tutti i fantasmi i fantasmi dei nostri vecchi amori sono i peggiori.
Arthur Conan Doyle

Il ritratto barocco di Elisabetta Querini di Niccolò Cassana ritrae la nobildonna veneziana in abito da Dogaressa, il corno ducale ricoperto di lucentissime perle, un girocollo prezioso e una croce decorata con diamanti, la mano appoggiata sotto il petto quasi a mascherare un dolore perenne, gli occhi liquidi color nocciola fissano un orizzonte lontano, alle sue spalle broccati argento dorati.

Ritratto della Dogaressa Elisabetta Querini ©Niccolò Cassana

Sulla Riviera del Brenta circolano strane voci sul suo conto ormai da più tre secoli, difficile credere a quanto si racconta. Sposata a Silvestro Valier del ramo dei Valier di San Giobbe, gli portò in dote ben 45,000 ducati e non risparmiò le sue energie a beneficio di opere caritatevoli, incontrando personaggi illustri e famosi, gli ambasciatori di Francia e Spagna, il Duca di Parete Francesco Moles, fino a diventare Direttrice dell’Ospedale dei Derelitti.

Il consorte, figlio del Doge Bertucci, viene ricordato in modo benevolo nel motto latino del suo ritratto parlante a Palazzo Ducale: Sylvester Valiero Bertucii ducis filius, magnus in patre, maximus in se ipso – Silvestro Valier, figlio del doge Bertucci, grande per via del padre, ancor più per meriti suoi. Generoso, di natura caritatevole, amava organizzare feste sfarzose, al punto da suscitare grande eco l’elezione a dogaressa della moglie Elisabetta, “Betta” per gli amici più cari.

Una coppia indissolubilmente unita negli intenti sociali e pubblici, segnata dalla perdita dell’unico figlio Bertucci, morto a soli quattro mesi di età. Passeggiando lungo il parco che costeggia la villa sul Brenta, Villa Valier compare dietro un cancello in ferro battuto, cinta da un muro alto che custodisce un grande parco. Pochi metri più in là quello che resta dello splendore di Villa Valmarana, accessibile lungo il Naviglio Brenta via acqua.

Se ci si incammina lungo un piccolo sentiero che segue l’ansa dell’isolotto sul canale, si accede alla Barchessa anche via terraferma. Nel parco, un busto del Doge Mocenigo che deve averne passate di tutti i colori con la peste a Venezia, qualche antico cimelio rurale, e i sublimi dipinti celesti di Giambattista Tiepolo che qui ritrae la Brenta come una divinità femminile. Degli antichi arredi è rimasto qualche mobilio, le finestre inquadrano il grande parco animato da alberi secolari, testimoni silenti di avventure remote, invece nessuna traccia visibile del passaggio segreto che collegava le due ville fra loro e che probabilmente doveva servire a nascondere incontri clandestini.

Di Lusieta non sappiamo nulla, non ha nemmeno un cognome, il diminutivo già anticipa una vicinanza affettuosa, la trama del pettegolezzo locale è ormai un classico, l’incontro tra il nobile veneziano e la domestica all’insaputa della nobildonna. Tutto grazie a quel misterioso passaggio sotterraneo segreto.

Cosa sia successo tra quelle mura rimane un mistero, forse la dogaressa deve avere fiutato qualche assenza sospetta del marito, e quel passaggio che non viene più percorso da secoli nasconde un’unica certezza: qualcuno doveva essere passato da quelle parti, non certo per portare una tazza di caffè.

Ora a vedere la faccia austera del Doge l’immaginazione deve avere galoppato parecchio, ma a volte, gli scenari più improbabili sono terreno fertile per innescare le passioni più insospettabili.

Ritratto del Doge Silvestro Valier ©Niccolò Cassana

La vendetta della Dogaressa, leggenda racconta, pare si sia scatenata una notte di Carnevale del 1700, dove nel rovesciamento dei ruoli tutto è possibile. Banchetti a lume di candela, valletti impomatati intenti a vegliare nobili ubriachi barcollare da una sala all’altra e quel passaggio segreto che per ordine della Dogaressa non deve essere più percorso.

Nel cuore della notte Lusieta, coperta da un lungo mantello nero, percorre trafelante al buio il passaggio segreto che la porta nella stanza del suo amante, nonostante la luce della candela, procede a tentoni, toccando i mattoni ruvidi. L’aria è ferma, fa fatica a respirare, non avrebbe dovuto bere quel bicchiere di Malvasia trovato sul tavolo nel salone di casa, si appoggia al muro, le gira la testa, si toglie la maschera per asciugare il sudore sulla fronte, il cuore comincia a battere sempre più forte, sempre più forte, non vede più nulla, le manca l’aria, tenta di urlare aiuto ma non ha voce, non riesce nemmeno a emettere un flebile suono, cade a terra priva di forze, a pochi metri dalla fine del tunnel. Non si alzerà mai più. Nel salone della villa Silvestro Valier si è addormentato sul tavolo da gioco, forse sta sognando Lusieta per l’ultima volta.

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Oltre il Nero, racconti Ai confini della Realtà ©Branoalcollo

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